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115 - L'IMPOSSIBILITÀ ECONOMICA DEL SOCIALISMO

Da “Socialismo”, di Ludwig von Mises, 1922, pag.150 - 155


Il computo in termini monetari ha importanza solo nell’ambito del calcolo economico.

Qui è usato per fare in modo che la disponibilità dei beni possa essere conforme al principio economico.

Esso tiene conto dei beni solo nella misura in cui, date certe condizioni, sono scambiati contro moneta.

Qualsiasi estensione della sfera del calcolo monetario è fuorviante.

È fuorviante quando nelle ricerche storiche è impiegato come misura del valore dei beni del passato.

Lo è pure allorché è utilizzato per valutare il capitale o il reddito nazionale dei vari paesi.

E lo è ancora quando viene impiegato per dare valore a cose che non sono scambiabili, come per esempio le perdite dovute all’emigrazione o alla guerra.

Tutti questi sono dilettantismi, anche se spesso sono intrapresi dagli economisti più competenti.

Ma entro questi limiti, che nella vita pratica non vengono oltrepassati, il calcolo monetario provvede a tutto ciò che è in grado di darci.

Esso è una guida tra la sorprendente folla delle possibilità economiche.

Ci permette di estendere i giudizi di valore, che esprimiamo con diretto riferimento ai beni di consumo (o al massimo ai mezzi di produzione del grado più basso), a tutti i beni di ordine superiore.

Senza di esso, tutta la produzione, che si avvale di processi lunghi e indiretti, brancolarebbe nel buio.

Due sono le condizioni necessarie per rendere possibile il calcolo del valore in termini monetari.

La prima è che entrino nella cerchia dello scambio non solo i beni pronti per il consumo, ma anche i beni di ordine superiore.

Se ciò non avviene, non può emergere un sistema di rapporti di mercato.

È vero che, se un individuo isolato “scambia“ nella propria casa lavoro e farina in contropartita del pane, le considerazioni di cui deve tenere conto non sono affatto diverse da quelle che governano le sue azioni quando egli deve scambiare sul mercato il pane con dei vestiti.

Ed è perciò del tutto corretto considerare tutte le attività economiche, pure quelle di un individuo isolato, come degli scambi

Nessun uomo isolato, anche se si tratta del più grande genio della storia, ha però un intelletto capace di decidere l’importanza relativa di ognuno degli innumerevoli beni di ordine superiore.

Nessun singolo uomo può stabilire delle differenze fra gli innumerevoli metodi alternativi di produzione ed esprimere senza l’aiuto di qualche sistema di calcolo dei giudizi diretti sul loro valore relativo.

Nelle società basate sulla divisione del lavoro, la distribuzione dei diritti di proprietà determina una specie di divisione intellettuale del lavoro, senza cui non sarebbero possibili l’economia e la produzione sistematica.

La seconda condizione è che ci sia un medium di scambio comune, cioè la moneta.

Questa deve parimenti fungere da intermediario nello scambio di beni di produzione con tutto il resto.

In caso contrario è impossibile ridurre tutte le relazioni di scambio ad un denominatore comune.

Si può rinunciare al calcolo monetario solo in situazioni molto semplici.

Nel ristretto ambito dell’unità domestica autosufficiente, il padre sovrintende ogni cosa, ed è in grado di valutare i cambiamenti dei modi di produzione senza fare ricorso al calcolo monetario.

In tali circostanze, la produzione richiede infatti un capitale relativamente modesto.

Pochi sono i processi di produzione indiretti.

Si producono di norma beni di consumo o beni di ordine superiore molto prossimi agli stessi beni di consumo.

La divisione del lavoro è ancora allo stadio elementare.

Il lavoratore porta avanti la produzione di un bene dall’inizio alla fine.

in una società avanzata, tutto questo cambia.

Ed è impossibile, rifacendosi all’esperienza delle società del passato, sostenere che nella situazione d’oggi si possa fare a meno della moneta.

Nelle semplici condizioni di un’unità domestica isolata è possibile controllare il processo produttivo nel suo complesso.

Ed è possibile stabilire se quel particolare processo è in grado, rispetto ad un altro di fornire un numero maggiore di beni di consumo.

Ma nella nostra situazione, incomparabilmente più complicata, ciò non è più possibile.

Certo, anche in una società socialista, 1000 litri di vino sono preferibili a ottocento.

Si può pure stabilire che 1000 litri di vino siano più desiderabili di 500 litri di olio.

Tali decisioni non richiedono alcun calcolo.

È la volontà dell’uomo a decidere.

Ma la vera questione della gestione economica, l’adattamento cioè dei mezzi ai fini, comincia nel momento in cui la decisione viene adottata.

E solo il calcolo economico rende possibile siffatto adattamento.

Senza tale aiuto, nel caos sbalorditivo di materiali e processi alternativi, la mente umana si troverebbe completamente smarrita.

Tutte le volte che dobbiamo decidere fra diversi processi produttivi e differenti pubblicazioni, non sapremmo come orientarci.

Pensare che una comunità socialista possa sostituire il calcolo monetario con il calcolo in natura è un’illusione.

In un sistema privo di scambi, il calcolo in natura non può andare aldilà dei beni di consumo.

E fallisce completamente quando viene utilizzato per i beni di ordine superiore.

Una volta che la società abbia abbandonato la libera formazione dei prezzi dei beni di ordine più elevato, la produzione razionale diventa impossibile.

Ogni passo che ci allontana dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dall’uso della moneta è perciò un passo che ci porta lontano dall’attività economica razionale.

È ancora possibile sottovalutare una tale conclusione, perché il socialismo, per come lo conosciamo, costituisce ancora un’oasi, per il resto alloggiata in seno a un sistema basato sul libero scambio e sull’uso della moneta.

In un certo senso, possiamo davvero convenire con l’affermazione socialista, altrimenti insostenibile e impiegata a scopi propagandistici, secondo cui non sono socialismo le aziende municipalizzate e statalizzate operanti all’interno del sistema capitalistico.

L’esistenza di un ambito circostante, caratterizzato dalla libera determinazione dei prezzi, aiuta infatti a tal punto lo svolgimento dell’attività di queste aziende da impedire che si abbiano i connotati essenziali delle unità produttive socialiste.

Nelle aziende statalizzate e municipalizzate, è ancora possibile introdurre miglioramenti tecnici, poiché è possibile osservare gli effetti di analoghi miglioramenti nelle imprese private interne ed estere.

In tali aziende, è pure possibile accertare i vantaggi di una riorganizzazione, perché questi si collocano all’interno di una società basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sull’uso della moneta.

Ed è ancora possibile tenere la contabilità, fare quei calcoli che in un ambiente puramente socialista sarebbero del tutto inimmaginabili.

Senza calcolo nessuna attività può svolgersi in termini propriamente economici.

Poiché nel socialismo il calcolo è impossibile, non può esserci alcuna attività economica nel senso in cui questa viene da noi intesa.

In cose piccole e insignificanti, l’azione razionale può forse ancora sopravvivere.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non si può più parlare di produzione razionale.

In assenza di indici di razionalità, la produzione non può essere organizzata in base a consapevoli considerazioni economiche.

Forse, per qualche tempo, la tradizione di libertà economica accumulata nel passato potrebbe sottrarre l’arte della gestione economica alla completa disintegrazione.

Verrebbero così mantenuti in vita i vecchi processi produttivi, non perché razionali, ma per il fatto di essere consacrati dalla tradizione.

Nel frattempo, le mutate condizioni renderebbero tuttavia irrazionali tali processi.

Ed essi diventerebbero inoltre non economici, per effetto dei cambiamenti conseguenti al generale declino del pensiero economico.

È vero che la produzione non sarebbe più “anarchica“.

Il potere di un’autorità suprema governerebbe l’attività di offerta.

Al posto della produzione “anarchica“ regnerebbe supremo l’ordine insensato di una macchina irrazionale.

Le ruote girerebbero, ma senza alcun effetto.

Cerchiamo di immaginare la situazione di una comunità socialista.

Ci sarebbero centinaia e migliaia di aziende in attività.

Una minoranza di queste produrrebbero merci pronte per il consumo.

La maggioranza produrrebbe beni capitali e semilavorati.

Tutte queste aziende sarebbero strettamente collegate.

Ogni bene prodotto passerebbe attraverso un’intera serie di aziende prima di giungere al consumo.

Tuttavia, nell’incessante urgenza di tutti questi processi, l’autorità amministrativa non potrebbe avere alcun senso di orientamento.

Non avrebbe alcun mezzo per accertare se una determinata parte del lavoro sia realmente necessaria e se ci sia o no spreco nel lavoro e nelle materie impiegate.

Come si potrebbe allora individuare, tra due processi produttivi, quello più conveniente?

Al più, si potrebbero confrontare le quantità di prodotto finito.

Ma solo raramente sarebbe possibile mettere a confronto i costi di produzione.

Si dovrebbe sapere esattamente o immaginare cosa produrre.

E si dovrebbe perciò cercare di ottenere i risultati desiderati con il minor costo.

Per realizzare ciò, bisogna però essere in grado di fare dei calcoli.

E questi devono essere calcoli di valore.

Non possono semplicemente essere considerazioni “tecniche”, né calcoli relativi al valore d’uso dei beni e dei servizi; il che è talmente ovvio da non richiedere ulteriori dimostrazioni.

In un sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, la scala dei valori è il risultato delle azioni indipendenti di ogni membro della società.

Ogni persona svolge un doppio ruolo, prima come consumatore e poi come produttore.

Come consumatore, valuta i beni pronti per il consumo.

Come produttore, canalizza i beni di produzione verso quegli impieghi in cui essi fruttano maggiormente.

È così che anche i beni di ordine superiore vengono collocati nella scala delle valutazioni in un posto corrispondente alle esistenti condizioni della produzione e dei bisogni della società.

L’interazione fra questi due processi assicura che il principio economico sia rispettato tanto nel consumo quanto nella produzione.

Ed è in questo modo che nasce un sistema di prezzi esattamente graduato, che permette a ciascuno di articolare la propria domanda con criteri economici.

In una società socialista, tutto ciò viene necessariamente a mancare.

L’autorità centrale può anche sapere esattamente quali prodotti siano più urgentemente richiesti.

Ma ciò non è che metà del problema.

E non c’è nulla che possa dare soluzione all’altra metà, cioè alla valutazione dei mezzi di produzione.

Si può certo stabilire il valore della totalità dei fattori produttivi.

Valore che ovviamente è uguale a quello di tutti i bisogni di cui essi consentono il soddisfacimento.

Per conoscere il valore di ogni singolo fattore, è perciò sufficiente calcolare le conseguenze del suo ritiro dalla produzione in termini di mancato soddisfacimento dei bisogni.

Ma non si può portare tale valore a un comune denominatore, come invece può essere fatto in un sistema caratterizzato dalla libertà economica e dai prezzi monetari.

Non è necessario che il socialismo faccia completamente a meno della moneta.

È possibile concepire delle misure che ne permettano l’uso per lo scambio dei beni di consumo.

Tuttavia, poiché i prezzi dei vari fattori di produzione (incluso il lavoro) non possono essere espressi in termini monetari, la moneta non può svolgere alcuna funzione nel calcolo economico..

Supponiamo per esempio che lo Stato socialista voglia progettare una nuova linea ferroviaria.

È bene costruirla?

Se sì, quale fra i molti percorsi possibili deve essere scelto?

In un sistema basato sulla proprietà privata, a tali domande si può rispondere attraverso il calcolo monetario.

La nuova linea può far diminuire il costo del trasporto di certi articoli; e, su tale base, si può stabilire se la riduzione è tale da controbilanciare le spese sostenute per la costruzione e la gestione della linea.

Tale calcolo deve essere fatto esclusivamente in moneta.

Non si può assolutamente fare confrontando in natura le spese sostenute e la diminuzione dei costi.

Se non si possono ridurre a una comune unità le ore di lavoro specializzato e non specializzato, il ferro, il carbone, i diversi tipi di materiale, le macchine e le altre cose necessarie alla costruzione e all’esercizio della linea ferroviaria, allora è impossibile farne l’oggetto di un calcolo economico.

Noi siamo in grado di formulare piani economici sistematici solo quando il valore di tutti i beni di cui dobbiamo tenere conto può essere espresso in termini monetari.

È vero che il calcolo monetario è incompleto.

Ed è anche vero che esso ha gravi difetti.

Ma non abbiamo nulla di meglio da mettere al suo posto.

In condizioni di moneta sana, esso è sufficiente a soddisfare le nostre esigenze pratiche.

Se lo abbandoniamo, il calcolo diviene assolutamente impossibile

Non voglio con ciò dire che la comunità socialista andrebbe incontro al completo smarrimento.

Attraverso l’emanazione di un decreto, essa potrebbe decidere se essere pro o contro la progettata costruzione.

Ma, nel migliore dei casi, tale decisione sarebbe basata su valutazioni vaghe.

Non potrebbe mai basarsi su un esatto calcolo del valore.

Una società stazionaria può in realtà fare a meno del calcolo economico.

In essa, le operazioni produttive sono infatti puramente ripetitive.

Pertanto, se assumiamo che il modo di produzione socialista sia basato sull’ultimo stadio di sviluppo della libertà economica che esso rimpiazza, e se supponiamo ancora che nessun cambiamento avverrà nel futuro, si può in effetti immaginare un socialismo razionale ed economico.

Ma solo in teoria.

Un sistema economico stazionario non può mai esistere.

Le cose cambiano continuamente, e lo stato stazionario, sebbene necessario come strumento di riflessione, è una assunzione teorica a cui nella realtà non corrisponde alcunché.

Anche a prescindere da ciò, il mantenimento del legame con l’ultimo stadio dell’economia di scambio è impossibile, poiché quell’uguaglianza dei redditi che lo Stato socialista vuole conseguire non può che dare luogo ad un completo riaggiustamento dei consumi e della produzione.

E la società socialista deve allora attraversare l’intero oceano delle possibili e immaginabili combinazioni produttive senza la bussola del calcolo economico.

In una situazione del genere, tutti i cambiamenti economici generano perciò eventi il cui valore non può essere stabilito in anticipo, né accertato a posteriori.

Ogni cosa diviene un salto nel buio.

Il socialismo è la rinuncia all’economia razionale.

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