• libertus65

51 - L'EVOLUZIONE NON PUÒ ESSERE GIUSTA

Aggiornato il: gen 30

da "La presunzione fatale - Gli errori del socialismo", di Friedrich von Hayek, 1988, pag.128-131


Non c'è nessuna parola a portata di mano, in inglese o in tedesco, che caratterizzi precisamente un ordine esteso e come il suo modo di funzionare sia in contrasto con le idee proposte dai razionalisti.

Della sola parola appropriata, "trascendente", è stato fatto un tale abuso che esito ad utilizzarla.

Nel suo senso letterale, tuttavia, essa si riferisce a ciò che supera di gran lunga l'ambito della nostra comprensione, dei nostri scopi e desideri e delle nostre percezioni sensoriali, e a ciò che incorpora e genera conoscenza che nessuna mente individuale o nessuna singola organizzazione potrebbe inventare o possedere.

Questo è evidente nel suo significato religioso, come noi lo vediamo per esempio nel Padre Nostro, dove si chiede: "sia fatta la tua (e cioè non la mia) volontà, così in cielo come in terra" o nel Vangelo, dove si dichiara: " non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi, perché andiate e portiate frutto e che il vostro frutto rimanga" (Giovanni 15,16).

Ma un ordinamento più trascendente, che è anche un ordinamento puramente naturalistico (non derivato da alcun potere soprannaturale), come per esempio nell'evoluzione, abbandona tutti gli animismi che sono ancora presenti nella religione; come l'idea che una mente singola o un'unica volontà (per esempio quella di un Dio onnisciente) possa costruire e controllare un ordine.

Il rifiuto delle pretese razionalistiche su basi come queste ha pure un'importante conseguenza per l'antropomorfismo e l'animismo di tutti i tipi, e dunque per il socialismo.

Se il coordinamento nel mercato delle attività individuali, così come di altre tradizioni morali e istituzioni, risulta dai processi naturali, spontanei e autoregolatori, di adattamento di un numero più grande di fatti particolari di quanto una singola mente possa percepire o anche concepire, è evidente che la richiesta che questi processi siano giusti, o possiedano altri attributi morali, deriva da un antropomorfismo ingenuo.

Tali richieste, certamente, possono essere indirizzate a coloro che dirigono un processo guidato dal controllo razionale, o a un Dio attento alle preghiere, ma sono totalmente inappropriate al processo impersonale autoregolatore attualmente in funzione.

In un ordine così esteso da trascendere la comprensione e la possibile guida di ogni singola mente, una volontà unificata non può determinare il benessere dei suoi diversi membri nei termini di una qualche particolare concezione di giustizia, o secondo una scala concordata.

Né questo è puramente legato alla questione dell'antropomorfismo.

È anche perché "il benessere invece non ha alcun principio, né per colui che lo ottiene, né per chi lo dispensa".

L'intuizione che le regole generali debbano prevalere affinché la spontaneità fiorisca, come è stata elaborata da Hume e da Kant, non è mai stata confutata, ma soltanto negletta o dimenticata.

Sebbene "il benessere non abbia alcun principio" e perciò non possa generare un ordine spontaneo, la resistenza a quelle regole di giustizia che hanno reso possibile l'ordine esteso e la denuncia di esse come contrarie alla morale, derivano dalla credenza che il benessere debba avere un principio e dal rifiuto di accettare che l'ordine esteso sorga da un processo competitivo in cui ciò che decide è il successo, e non l'approvazione di una grande mente, di un comitato, di un Dio, o la conformità con qualche principio di merito individuale.

In questo ordine il progresso di qualcuno è pagato dal fallimento di sforzi ugualmente sinceri e anche meritevole di altri.

Il premio non è per il merito.

......


Le scoperte che rendono qualcuno capace di prevalere sono nella maggior parte dei casi non intenzionali e impreviste (da coloro che prevalgono così come da quelli che falliscono).

Il valore dei prodotti che risultano dai cambiamenti necessari nelle attività individuali raramente sembreranno giusti, dal momento che sono resi necessari da eventi imprevedibili.

Né i passaggi di un processo di evoluzione verso ciò che era precedentemente sconosciuto possono apparire giusti nel senso di conformarsi ai preconcetti di ciò che è giusto o sbagliato, di benessere o di possibilità aperte in circostanze precedenti.

Una comprensibile avversione a risultati del genere, moralmente ciechi, inseparabili da ogni processo per prova ed errore, porta gli uomini a perseguire una contraddizione in termini: e cioè a voler assumere il controllo dell'evoluzione - della procedura per prova ed errore - e plasmarla secondo i loro attuali desideri.

Ma le morali inventate che risultano da questa reazione danno luogo a pretese inconciliabili, che nessun sistema può soddisfare e che rimangono sorgente di incessanti conflitti.

I tentativi infruttuosi di rendere giusta una situazione il cui risultato, per sua natura, non può essere determinato da ciò che ognuno fa o può conoscere, danneggia soltanto il funzionamento del processo stesso.

Simili richieste di giustizia sono semplicemente non appropriate a un processo evolutivo naturalistico, non appropriate non solo a ciò che è accaduto nel passato, ma anche a ciò che sta succedendo nel presente.

La civiltà non è soltanto il prodotto dell'evoluzione: è un processo.

Stabilendo un ambito di libertà individuale e di regole generali, essa permette a se stessa di continuare a evolvere.

Questa evoluzione non può essere guidata da, e spesso non produrrà ciò che gli uomini desiderano.

Gli uomini possono trovare che alcuni desideri precedentemente insoddisfatti vengano adesso appagati, ma soltanto al prezzo di deluderne molti altri.

Sebbene attraverso la condotta morale un individuo possa aumentare le sue possibilità, l'evoluzione risultante non gratificherà tutti i suoi desideri morali.

L'evoluzione non può essere giusta.


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