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58 - DEMOCRAZIA COME ULTIMO TABÙ

Aggiornamento: mar 27

da "Oltre la democrazia", di Frank Karsten e Karel Beckman, 2012, pag. 1 - 9


"Per quanti difetti possa soffrire oggi la democrazia, essi potranno curarsi soltanto rafforzando la democrazia stessa".


Questa vecchia affermazione di un politico americano condensa in sintesi quella che è l'opinione generale in merito al nostro sistema democratico.

La maggior parte delle persone può anche arrivare ad ammettere che la democrazia abbia dei difetti, e alcuni potrebbero persino riconoscere come diverse democrazie parlamentari, inclusa quella statunitense, stiano ormai vacillando sull'orlo del baratro, tuttavia quasi nessuno riesce a concepire l'esistenza di una valida alternativa.

I rimedi che vengono generalmente proposti sono invero tutti tesi a rafforzare ancor più la democrazia stessa.

La crisi del nostro sistema parlamentare è largamente riconosciuta: i cittadini sono ovunque insoddisfatti e profondamente divisi.

Mentre i politici accusano gli elettori di comportarsi come bambini viziati, questi ultimi accusano i primi di essere sordi alle loro richieste.

Questa situazione ha portato l'elettorato ad essere alquanto incostante.

I cittadini spostano con regolarità la propria preferenza da un partito all'altro e in parecchie occasioni hanno cominciato a mostrare un'attrazione crescente verso formazioni più radicali e populiste.

Dappertutto il panorama politico si sta frammentando, rendendo sempre più difficile la risoluzione delle divergenze e la formazione di governi stabili.

Gli attuali partiti politici non sembrano avere risposte valide per affrontare le nuove sfide; intrappolati in rigide strutture, essi sono incapaci di sviluppare alternative concrete.

Lobby e gruppi di pressione hanno preso in ostaggio i loro ideali, piegandoli opportunamente allo scopo di perseguire i propri interessi.

Di fatto nessun governo democratico è stato in grado di tenere sotto controllo la spesa pubblica; la maggior parte di essi ha invece accumulato enormi debiti e tassato oltremodo i propri cittadini al punto da ritrovarsi oggi sull'orlo della bancarotta.

In quelle rare occasioni in cui le circostanze hanno spinto un governo ad agire per ridurre la spesa, si è assistito a proteste di massa contro quella che viene considerata una inaccettabile spoliazione di diritti acquisiti.

Ciò ha reso praticamente impossibile attuare un qualunque taglio efficace della spesa pubblica.

Nonostante l'elevato ammontare di risorse economiche impiegate dal governo, quasi tutti i paesi democratici accusano tassi di disoccupazione elevati e buona parte della forza lavoro rimane permanentemente inattiva.

Oltretutto nessuno stato democratico dispone di adeguati accantonamenti finanziari per far fronte alle prossime ondate di pensionamenti.

Tutte le società democratiche sono ormai soffocate da un eccesso di burocrazia e zelo regolatore.

I tentacoli dello Stato, incarnati da miriadi di leggi e regolamenti, si insinuano in tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Qualunque problema, anziché trovare risposte e soluzioni realmente efficaci, viene affrontato attraverso nuove normative e ulteriori regolamentazioni.

Allo stesso tempo, i governi democratici falliscono persino nello svolgere quelli che vengono ritenuti i compiti più importanti: far rispettare le leggi e mantenere l'ordine sociale.

Criminalità e vandalismo sono in forte aumento; polizia e sistema giudiziario peccano di inaffidabilità, incompetenza e spesso risultano addirittura essere coinvolti in fenomeni di corruzione.

Per contro si continuano a criminalizzare comportamenti che non recano danno alcuno.

Gli Stati Uniti ad esempio fanno registrare, in termini percentuali rispetto al totale della popolazione residente, il maggior numero di carcerati al mondo.

Molti infatti si trovano in prigione per il solo semplice fatto di aver tenuto un comportamento che la maggioranza dei cittadini replica essere inappropriato.

Secondo diversi sondaggi la fiducia popolare nei politici democraticamente eletti ha raggiunto minimi storici.

Si respira un'aria di profonda diffidenza verso governanti, classe dirigente, elite ed organizzazioni internazionali.

Il sospetto sempre più condiviso è che agiscano ormai al di sopra della legge.

Si può riscontrare anche un pessimismo sempre più dilagante nei confronti del futuro: il timore che le generazioni future siano destinate a vivere peggio di quelle presenti è accompagnato dalla paura verso i flussi migratori, dal senso di minaccia alla cultura locale che essi rappresentano e dalla nostalgia per i bei tempi andati.



IL CULTO DEMOCRATICO


Sebbene la crisi della democrazia venga ampiamente riconosciuta, di fatto il sistema democratico è immune da critiche che lo mettano seriamente in discussione.

Nessuno incolpa la democrazia in quanto tale, attribuendole l'origine dei guai che stiamo vivendo.

Immancabilmente i vertici politici, siano essi di destra, sinistra o di centro, promettono di affrontare i problemi rafforzando le istituzioni, ovvero ricorrendo a ulteriori dosi di democrazia.

Garantiscono di dare ascolto alla gente anteponendo l'interesse comune a quello privato; si impegnano a ridimensionare l'apparato burocratico, a fornire maggiore trasparenza, a garantire migliori servizi al cittadino.

In poche parole, promettono di ripristinare un sistema nuovamente funzionante.

Nessuno di loro mette mai in dubbio l'opportunità e la desiderabilità del sistema democratico in quanto tale.

Piuttosto che additare come causa dei nostri problemi l'eccesso di democrazia, accusano l'eccesso di libertà individuale.

La sola differenza tra progressisti e conservatori sta nel fatto che, mentre i primi accusano più volentieri l'eccesso di libertà economiche, i secondi si lamentano dell'eccesso di libertà civili.

Per assurdo tutto ciò accade proprio in un'epoca contrassegnata da una quantità di leggi e da un grado di imposizione fiscale che sono i più alti mai sperimentati nella storia dell'umanità !

Di fatto, le critiche all'ideale democratico costituiscono, nell'odierna società occidentale, un vero e proprio tabù.

C'è concesso di criticare i metodi che il processo democratico utilizza per realizzarsi, o di condannare duramente i partiti e i singoli esponenti politici, tuttavia accusare direttamente l'ideale democratico in quanto tale non è permesso, semplicemente è qualcosa che "non si fa".

Non è quindi esagerato affermare che la democrazia sia diventata una religione, una sorta di culto secolare moderno.

Ormai la si può ben considerare come la religione più diffusa sul pianeta.

Tranne undici nazioni al mondo (Myanmar, Swaziland, il Vaticano e qualche nazione araba) tutti gli altri stati si professano democratici, anche se lo sono soltanto di nome e non di fatto.

Tale credo nel dio della democrazia è strettamente connesso al culto dello Stato-nazione democratico sorto durante il XIX secolo.

Da allora, Dio e la Chiesa sono stati progressivamente rimpiazzati dallo Stato, il nuovo Santo padre della società.

Le elezioni democratiche rappresentano la cerimonia solenne in cui preghiamo lo Stato affinché ci garantisca un posto di lavoro, una casa, cure mediche, sicurezza ed istruzione.

La nostra fede nello Stato democratico è assoluta: siamo certi che egli possa prendersi cura di tutto poiché magnanimo, giudizioso, onnisciente e onnipotente.

Da Lui ci attendiamo la soluzione a tutti i nostri problemi sociali e personali.

La meravigliosa virtù dello Stato democratico è quella di saper elargire.

In quanto divinità, lo Stato è esente da egoismi ed opera in maniera totalmente altruista.

Egli è il guardiano integerrimo dell'interesse comune.

Perdipiù, non ci costa nulla: dispensa pani, pesci e tanti altri beni in maniera assolutamente gratuita.

Così esso appare agli occhi dei cittadini, gran parte dei quali sembra prestare attenzione solo ai benefici e mai ai costi.

Una prima ragione in grado di giustificare questa curiosa predisposizione del pubblico è dovuta al fatto che molto spesso il governo riscuota le tasse in modo indiretto, contorto e non facilmente identificabile.

Ad esempio lascia che siano i commercianti ad accollarsi l'onere di raccogliere la tassa sui consumi (IVA); attraverso il meccanismo del sostituto d'imposta delega il compito di gabelliere ai datori di lavoro; indebitandosi sui mercati finanziari pospone la tassazione a un tempo futuro indeterminato (presto o tardi saranno comunque gli stessi contribuenti a dover saldare i debiti accumulati); inflazionando l'offerta monetaria erode costantemente il potere d'acquisto del denaro.

La verità è che i cittadini non si rendono assolutamente conto della percentuale reale di reddito che il governo confisca loro ogni anno.

Una seconda ragione è da ricercarsi nel fatto che, mentre i risultati prodotti dalle politiche statali sono tangibili e ben evidenti agli occhi di tutti, ciò che si sarebbe fatto altrimenti o che si sarebbe potuto fare con i soldi sottratti ai cittadini rimane sconosciuto ed ignoto.

Ad esempio, gli aerei militari costruiti grazie alla spesa pubblica sono ben visibili, ciò che invece si sarebbe potuto fare o produrre con quegli stessi soldi resta invisibile e non si conoscerà mai.

Il dogma democratico è talmente radicato nella società che, per gran parte della popolazione, democrazia è sinonimo di tutto ciò che (politicamente) è giusto ed etico.

Democrazia significa libertà (a tutti è concesso il voto), uguaglianza (ciascun voto ha lo stesso peso), giustizia (siamo tutti uguali), unità (decidiamo tutti insieme), pace (una democrazia non scatena guerre ingiuste).

Secondo questa mentalità l'unica alternativa alla democrazia è la dittatura che ovviamente rappresenta l'essenza del male: schiavitù, disuguaglianza, guerra e ingiustizia.

Nel famoso saggio del 1989 dal titolo "La fine della storia e l'ultimo uomo", l'intellettuale neoconservatore Francis Fukuyama giunge alla conclusione che il moderno sistema democratico occidentale rappresenti l'apice dell'evoluzione politica umana.

Stando alle sue parole, oggi "staremo assistendo alla universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma ultima di governo umano".

Soltanto delle menti criminali (quali terroristi, fanatici fondamentalisti, fascisti) oserebbero opporsi alla sacralità di tale oracolo.



DEMOCRAZIA = COLLETTIVISMO


Tuttavia è proprio ciò che faremo in questo libro: sollevarci contro il dio della democrazia, in particolar modo quello della democrazia parlamentare.

Laddove in contesti limitati, quali ad esempio un'associazione o una piccola comunità, il processo decisionale democratico può talvolta risultare vantaggioso, a livello nazionale esso presenta invece più difetti che pregi, cosa che possiamo riscontrare praticamente in tutti i paesi occidentali.

La democrazia parlamentare, come avremo modo di argomentare, si rivela ingiusta, conduce a derive burocratiche e stagnazione, mina la libertà, l'indipendenza, la libera iniziativa di impresa e genera immancabilmente antagonismi, interferenze indebite, immobilismo ed eccessi di spesa.

Tutto ciò non è riconducibile ai partiti che comandano o ai politici che in modo sistematico tradiscono il proprio mandato: più semplicemente il sistema non può che funzionare così.

Il tratto tipico della democrazia è quello per cui a decidere come la società debba essere organizzata siano direttamente i cittadini.

In altre parole, le decisioni su ciò che ci riguarda le prendiamo "tutti insieme": quale debba essere il livello di pressione fiscale, quanto si debba spendere per le cure all'infanzia e agli anziani, a quale età sia permesso bere alcolici, quanti contributi pensionistici devono versare i datori di lavoro a favore dei propri impiegati, cosa si debba scrivere sull'etichetta di un prodotto, cosa sia opportuno insegnare a scuola, quanti soldi destinare allo sviluppo, alle energie rinnovabili, allo sport, all'intrattenimento audiovisivo; come il proprietario di un bar debba gestire il proprio locale, come costruire una casa, a che livello fissare i tassi di interesse, quale sia l'offerta monetaria più adeguata per l'economia, se sia giusto soccorrere le banche a rischio di bancarotta utilizzando soldi pubblici, chi abbia i requisiti per potersi definire medico, chi possa ottenere un permesso per costruire un ospedale, se lasciare alle persone stanche della vita la libertà di suicidarsi, quando e a quali condizioni la nazione possa decidere di scendere in guerra.

In una democrazia il popolo decide in merito a tutte queste questioni e su migliaia di altre ancora.

La democrazia è dunque per definizione un sistema collettivista, é socialismo mascherato.

L'idea di base dietro il concetto di democrazia è che tutte le decisioni importanti relative all'organizzazione sociale, economica e materiale della società vengano prese dalla collettività.

Ciò viene considerato allo stesso tempo giusto e desiderabile.

Il popolo dà mandato ai propri rappresentanti seduti in Parlamento, cioè allo Stato, affinché essi prendano tutte queste decisioni in loro vece.

Detto più correttamente, in altre parole, in una democrazia l'intero tessuto sociale si stende ai piedi dello Stato.

Appare allora fuorviante sostenere che la democrazia sia, in qualche modo, l'inevitabile apice dell'evoluzione politica umana.

Si tratta di pura e semplice propaganda mirata a promuovere, dietro l'etichetta democratica, uno specifico orientamento politico, in alternativa al quale esistono invero diverse ragionevoli opzioni.

Una di queste alternative è chiamata libertà, o meglio liberalismo nel senso classico del termine.

Che il significato del termine libertà non coincida con quello di democrazia è cosa non difficile da comprendere.

Decidiamo forse democraticamente quanti soldi ciascuno di noi debba spendere in abiti ?

O in quale supermercato dobbiamo fare acquisti ?

Ovviamente no; ciascuno decide per sé e questa libertà di scelta funziona bene.

Allora perché mai ci siamo fatti convincere che su altre questioni importanti, dal posto di lavoro all'assistenza sanitaria, dalle pensioni ai nostri svaghi, sia meglio decidere democraticamente ?

Invece, non potrebbe essere proprio questo nostro decidere democraticamente la ragione a monte dei diversi mali che affliggono la società ?

Il fatto che praticamente ogni istanza sociale ed economica sia controllata dallo Stato o dai suoi rappresentanti, non potrebbe essere la causa di gran parte dei nostri problemi ?

Siamo davvero sicuri che la burocrazia, il parassitismo, il crimine, la corruzione, la disoccupazione, l'inflazione, la scarsa qualità dell'istruzione siano da imputare ad una carenza di democrazia e non piuttosto alla sua presenza ?

Non potrebbe darsi il caso che questi fenomeni siano in realtà connaturati alla democrazia proprio come i negozi vuoti e le Trabant lo erano al comunismo ?

Sono questi gli interrogativi su cui intendiamo farvi riflettere nel corso di questo libro.

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