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75 - MODELLI DI RAPPORTO TRA GOVERNATI E GOVERNANTI

Aggiornamento: 7 set

da “Potere - La dimensione politica dell’azione umana”, di Lorenzo Infantino, 2013, pag. 61-65


Dolf Sternberger ha individuato tre diversi modi di articolare il rapporto tra governati e governanti, a cui ha fatto corrispondere tre forme di pace interna: la pace come regolazione del conflitto; la pace come repressione e inganno; la pace come redenzione dal conflitto.

I pensatori ai quali Sternberger ha accostato queste tre differenti formule politiche sono Aristotele, Machiavelli e Agostino.

1) La “regolazione“ del conflitto è il prodotto di quel che siamo ormai abituati a chiamare “governo limitato“ oppure “governo della legge“.

Anche se variegato, il lascito aristotelico ci è qui di aiuto.

Lo Stagirita ha infatti “isolato“, fra le varie forme possibili, un tipo di democrazia in cui “tutti i cittadini incontestabili partecipano al potere, sebbene solo la legge abbia autorità“ o in cui “tutti partecipano al potere, sotto la sovranità della legge”.

La “costituzione è l’ordine della città“.

E quest’ultima è il luogo della “molteplicità“, della “pluralità“, del dialogo.

Vengono cioè in primo piano gli aspetti giuridici di quella che nelle pagine precedenti abbiamo presentato come cooperazione sociale (volontaria).

Ciò significa che la “regolazione del conflitto“ coincide con la “regolazione“ del potere, sociale e pubblico.

2) Viene poi il modello ispirato da Machiavelli.

Se confrontato con il tiranno del testo aristotelico, il “principe nuovo“ perde molta della sua originalità.

Sternberger è anzi giunto ad affermare che quel principe nuovo è “l’epigono del tiranno“, un discendente “emancipato”, che “si è sciolto dal suo doppio, dall’immagine contrapposta del re e con ciò dal canone delle virtù che definiscono il re”.

In effetti Aristotele ha scritto che il tiranno non deve mai rinunciare alla forza, perché questa permette di governare con il consenso e anche senza.

Quanto al resto, il tiranno “deve alcune cose fare, altre mostrare di fare, in modo da recitare bene la parte del re”.

Il tiranno deve pertanto essere un simulatore.

Nelle pagine di Machiavelli viene così espresso: “A uno principe, dunque, non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle.

Anzi, ardirò di dire questo, che, avendole e osservandole sempre sono dannose; e parendo di averle, sono utili; uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro la fede, contro la carità, contro alla umanità, contro alla religione”.

Cassirer ha rilevato che “il coltello affilato di Machiavelli ha tagliato tutti i legami che, all’epoca delle generazioni precedenti, univano strettamente lo Stato all’insieme organico dell’esistenza umana“.

Detto in maniera più esplicita, “l’idea del Principe implica una concezione dell’ordine sociale secondo cui vi è un centro distinto e forte, che costantemente mobilita la periferia, penetrando tutti i processi sociali“.

È Il primato della politica in senso stretto, in cui lo Stato giunge a occupare una posizione “del tutto indipendente”, strumentalizzatrice di ogni cosa.

È I’affermazione dello “sfruttamento politico“ più pieno.

Volendo riprendere il linguaggio dei paragrafi che precedono, possiamo dire che Machiavelli è stato fortemente consapevole del problema economico; ha ritenuto che il rapporto intersoggettivo fosse a somma zero; e ha affidato alla politica in senso stretto la soluzione di quel problema.

Se è così, i due modelli indicati da Sternberger riproducono la contrapposizione fra “governo della legge“ e “governo degli uomini“.

Essi coincidono perfettamente con quelli qui utilizzati e che danno rispettivamente corpo alla soluzione sociale e a quella politica del problema economico.

Che dire del terzo modello?

3) Sternberger ha richiamato l’attenzione sulla Civitas Dei, che Agostino ha contrapposto alla civitas terrena.

Seguendo il testo agostiniano, tale contrapposizione è dovuta al fatto che “vera giustizia è solo in quello Stato fondato e retto da Cristo”; e, fuori da ciò, c’è unicamente “una grossa accozzaglia di malfattori”.

Come ha ricordato Troeltsch, “Agostino si sentiva fortemente attratto verso il monacato: la sua vita durante il periodo della candidatura al battesimo era un monacato filosofico in comunità di compagni ascetici, come anche il suo vescovato era un monacato pastorale di vita canonica con compagni preti“.

E “questa rottura col mondo, con la professione e con la vita sessuale, con la gloria e la gioia nel possesso era l’avvenimento decisivo nel senso filosofico e cristiano, avendo egli trovato, alla fine della sua odissea di indecisioni penose e di esperimenti, il porto della conoscenza che fa nascere purità e beatitudine“.

C’è quindi alla base dell’elaborazione agostiniana una conversione personale, che è affrancamento (o tentativo di affrancamento) dai legami terreni e carnali e conquista della libertà dello spirito.

Il che viene proposto come modello generale di riplasmazione della condizione umana.

Ossia: si cerca un “uomo nuovo“, partecipe di una “comunità nell’amore divino e fraterno, che forma un insieme che mai consuma, ma sempre si rincuora e approfondisce, ed è in terra la Chiesa frammista con molti pseudocredenti, e nell’aldilà è la Gerusalemme celeste o città di Dio“.

Andando direttamente al testo agostiniano, le cose stanno esattamente nei seguenti termini: “Caino ha fondato una città; Abele, invece, come uno straniero, non ha fondato nulla.

Infatti la città dei santi è nel cielo, benché essa generi dei cittadini sulla terra, dove è presente in modo passeggero finché non giunga il tempo del suo regno, quando radunerà quelli che risuscitano nei loro corpi e sarà dato il Regno promesso, dove essi regneranno senza fine assieme al loro principe, il Re dei secoli”.

Ne discende che “i cittadini della santa città di Dio“ vivono in questa vita “come pellegrini”.

Il modello agostiniano ha numerosi debiti nei confronti dell’opera di Platone.

Ecco perché è sicuramente più appropriato denominarlo modello platonico-agostiniano.

Come estesamente vedremo nel prossimo capitolo, il vero problema nasce nel momento in cui i “pellegrini” decidono di realizzare già sulla Terra la città di Dio.

Poiché hanno un sistematico bisogno di salvaguardare le loro pretese assolutistiche, o più esattamente totalitarie, la violenza e l’inganno ne sono gli indispensabili strumenti.

Ciò significa che quel modello non consegue la “redenzione” dal conflitto, ma si nutre sistematicamente della “repressione” di ogni forma di diversità.

La conseguenza è che l’idea di edificare in terra la città di Dio diviene la semplice “copertura“ di un governo profondamente machiavellico, reso irrefrenabilmente terribile e pervasivo dalla promessa di redenzione.

Non c’è dubbio.

La tripartizione proposta da Sternberger conferisce una forza aggiuntiva alla contrapposizione fra “società industriale“ e “società militare”.

E ci fa comprendere che, se lo “sfruttamento politico“ (a partire da quello posto in essere da bande di briganti e assassini) coagula sistemi apertamente tirannici, dispotici e autoritari, l’idea della “redenzione“ genera sistemi nei quali il potere dell’uomo sull’uomo trova la sua più temibile espressione.

Se fosse ciò che dichiara di essere, la “purificazione“ estinguerebbe ogni conflitto, perché farebbe venir meno ogni tipo di potere.

Essa produce invece la più estrema forma di dominio.

È l’insidioso mascheramento del totalitarismo.

Ossia: l’idea della “purificazione” allunga la scala del potere dell’uomo sull’uomo, attraverso l’aggiunta di un più alto gradino, che è poi l’esatto capovolgimento e la più completa negazione dell’idea di “redenzione“.

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