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49 - DUE VISIONI DELL'EUROPA

Aggiornato il: gen 30

da "La tragedia dell'euro", di Philipp Bagus, 2010, pag. 6 - 11


I padri fondatori della UE, Schumann (per la Francia, ma nato in Lussemburgo), Adenauer (per la Germania) e Alcide De Gasperi (per l'Italia) parlavano la lingua tedesca, erano cristiano-democratici e si ispiravano tutti alla visione liberale classica.

Essa guarda alla libertà individuale come al più alto valore culturale degli europei e della Cristianità.

Coerentemente a questa visione gli stati sovrani difendono il diritto di proprietà privata e l'economia di libero mercato nell'ambito di una Europa senza rigidi confini nazionali, rendendo quindi possibile il libero scambio di merci, servizi e idee.

Il Trattato di Roma del 1957 è stato principalmente il risultato di questa visione liberale classica.

Esso ha affermato quattro libertà basilari: libera circolazione delle merci, libera offerta di servizi, libero movimento di capitali finanziari e libera migrazione.

Il trattato, in altre parole, aveva ristabilito e ridato forza a diritti che erano stati fondamentali durante il periodo classico liberale del XIX secolo ma che erano stati abbandonati nella successiva era del nazionalismo e del socialismo.

Il trattato si poneva come punto di svolta mirato a lasciarsi definitivamente alle spalle i conflitti fra le nazioni europee, già culminati in due guerre mondiali.

L'obiettivo della visione liberale classica era quindi quello di riuscire a restaurare le libertà del XIX secolo, istituendo un mercato comune europeo che avesse come obiettivo una libera concorrenza senza barriere all'entrata.

Coerentemente a questo principio nessuno potrebbe proibire a un parrucchiere tedesco di tagliare i capelli in Spagna, così come nessuno potrebbe tassare un inglese per il trasferimento di denaro da una banca tedesca a una francese, o per aver investito nella borsa italiana; nessuno potrebbe impedire, attraverso regolamentazioni, che un distillatore francese venda birra in Germania; nessun governo potrebbe fornire sussidi che distorcano la concorrenza; nessuno potrebbe impedire ad un danese di fuggire dal fardello fiscale del proprio stato sociale, trasferendosi in un altro a minor carico quale è ad esempio l'Irlanda.

Al fine di realizzare questo ideale, caratterizzato da pacifica cooperazione e fiorire di scambi, la libertà si pone senza dubbio come primo requisito necessario.

Non costituisce invece requisito essenziale la creazione di un super-stato europeo.

Al contrario, la visione liberale classica è alquanto scettica nei riguardi di uno Stato centrale europeo ritenuto invece deleterio per la libertà individuale.

.......


Dal punto di vista liberale classico dovrebbero poter coesistere, facendosi concorrenza, molti sistemi politici, come è stato per secoli il caso dell'Europa.

Nel Medioevo e fino al XIX secolo abbiamo avuto in Europa sistemi politici molto differenti: dalle città indipendenti delle Fiandre, della Germania e del nord Italia, ai regni come la Baviera e la Sassonia, fino alle repubbliche come Venezia.

È proprio grazie alla cultura della diversità e del pluralismo che la scienza e l'industria sono potute fiorire.

Nella visione liberale classica è essenziale che la concorrenza sia garantita sotto ogni aspetto.

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Direttamente opposta alla visione liberale classica è la visione socialista o imperiale dell'Europa, difesa da politici come Jacques Delors o Francois Mitterrand.

Attorno ad essa si è formata una coalizione di interessi statalisti, di stirpe nazional-socialista e conservatrice, che fa tutto quanto in proprio potere per realizzare, sul modello di una fortezza, una Unione Europea di stampo imperiale, protezionista verso l'esterno e interventista all'interno.

Questi statisti sognano uno stato centralizzato gestito da efficienti tecnocrati, tali si considerano infatti gli uomini al potere.

Secondo questo ideale il centro dell'impero governerebbe sulla periferia tramite una legislazione comune e centralizzata.

I difensori della visione socialista dell'Europa vogliono erigere un grande stato che riproduca, a livello europeo i singoli stati nazionali, cioè uno Stato sociale europeo che provveda alla redistribuzione di ricchezza, nonché alla regolamentazione e alla armonizzazione legislativa di tutto il territorio della comunità.

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L'agenda della visione socialista punta alla concessione di un potere sempre maggiore allo Stato centrale di Bruxelles.

Si tratta di una visione idealmente condivisa dalla classe politica, dai burocrati, dai forti gruppi di interesse privilegiati e da tutti i settori sovvenzionati.

Il loro obiettivo è quello di creare un potente stato centrale funzionale al proprio arricchimento.

I sostenitori di questa decisione presentano lo Stato europeo come una necessità la cui realizzazione è ormai solo una questione di tempo.

Seguendo il percorso socialista, lo Stato centrale europeo diverrebbe un giorno così potente da asservire totalmente gli stati sovrani.

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In contrasto con la visione liberale classica di ispirazione cristiana, la visione socialista non fornisce chiari limiti geografici allo Stato europeo; la concorrenza politica è vista come un ostacolo al dominio di un'amministrazione sempre più svincolata dal controllo degli elettori; da questo punto di vista, lo Stato centrale della visione socialista diventerebbe sempre meno democratico man mano che il potere viene trasferito a burocrati e tecnocrati (un esempio è fornito dalla Commissione Europea, l'organo esecutivo dell'Unione Europea, i cui commissari non vengono eletti ma sono nominati direttamente dai governi degli Stati membri).

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La visione liberale classica e quella socialista dell'Europa sono tra loro inconciliabili.

L'incremento del potere di uno Stato centrale, proposto dalla visione socialista, implica infatti una riduzione delle quattro libertà basilari e sicuramente una minore libertà individuale.

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