• libertus65

14 - PERCHE' UN LIBERALE NON E' UN CONSERVATORE

Aggiornato il: 26 ago 2020

PERCHE' UN LIBERALE NON E' UN CONSERVATORE da “Perché non sono un conservatore”, di Friedrich von Hayek, 1997, Ideazione, pagine 32-39 Prima di considerare i punti principali per cui l’atteggiamento liberale è in netta opposizione con quello conservatore, sarà bene mettere in rilievo che il liberale può aver imparato molto, con beneficio, dall’opera di alcuni pensatori conservatori. Dobbiamo al loro rispettoso e paziente studio del valore delle istituzioni spontaneamente sviluppatesi (almeno al di fuori del campo dell’economia) alcuni giudizi profondi che costituiscono un reale contributo alla nostra idea di una società libera. Per quanto reazionari siano stati in politica, uomini come Coleridge, Bonald, De Maistre, Justus Moser o Donoso Cortès dimostrano una comprensione del significato di istituzioni sorte spontaneamente (come la lingua, il diritto, la morale e i costumi) che anticipò le moderne impostazioni scientifiche e da cui i liberali possono aver imparato. Ma l’ammirazione dei conservatori per il libero sviluppo generalmente riguarda solo il passato. E’ tipica anche la loro mancanza di coraggio nell’accettare un cambiamento imprevisto da cui potranno emergere nuovi strumenti per le imprese umane. Questo mi porta al primo punto su cui le tendenze conservatrici e liberali differiscono radicalmente. Come spesso hanno riconosciuto gli scrittori conservatori, uno dei tratti fondamentali dell’atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento, una timida sfiducia del nuovo in quanto tale, mentre la posizione liberale si basa sul coraggio e la fiducia, sull’esser pronti a lasciar andare le cose per il loro verso, anche se non possiamo prevedere dove ci porteranno. Non ci sarebbe ragione di critica se i conservatori provassero semplicemente un’avversione per un cambiamento troppo rapido delle istituzioni e della politica dello Stato; qui è giusto volere un processo cauto e lento. Ma i conservatori sono inclini a servirsi dei pubblici poteri per impedire un cambiamento o per limitarne la portata a quanto più soddisfa la mente più pavida. Nel guardare avanti, essi non hanno fiducia nel prodursi di forze equilibratrici spontanee che portano, invece, il liberale ad accettare i cambiamenti senza paura, anche se ignora come si otterranno gli adattamenti necessari. In realtà, fa parte dell’atteggiamento liberale presumere, soprattutto nel campo economico, che le forze autoregolatrici del mercato riusciranno in qualche modo a ottenere gli equilibri richiesti dalle nuove condizioni, sebbene nessuno possa prevedere il modo in cui lo faranno in una data situazione. Forse non esiste altro fattore che contribuisca tanto alla frequente riluttanza delle persone a lasciare che il mercato funzioni quanto la loro incapacità di concepire come si possa ottenere, senza deliberati controlli, il necessario equilibrio tra domanda e offerta, tra esportazioni e importazioni o simili. Il conservatore si sente sicuro e soddisfatto solo se è certo che una saggezza superiore vigili sui cambiamenti, solo se sa che qualche autorità ha il compito di mantenere “disciplinato” il cambiamento. Questa paura di affidarsi a forze sociali incontrollate è strettamente connessa con due altre caratteristiche del conservatorismo: la passione per l’autorità e l’incomprensione per le forze economiche. Con la sua sfiducia nelle teorie astratte come nei princìpi generali, il conservatore non riconosce quelle forze spontanee cui una politica di libertà si affida, né dispone di una base per formulare princìpi politici. L’ordine gli appare come il risultato della costante vigilanza dell’autorità che, a questo fine, deve poter fare quanto è richiesto dalle particolari circostanze e non essere vincolata da norme rigide. Affidarsi a dei princìpi presuppone un riconoscimento delle forze generali da cui gli sforzi della società sono coordinati. Ma proprio questa teoria della società e, soprattutto, di un meccanismo economico è quanto manca in modo evidente al conservatorismo. Tanto incapace è stato il conservatorismo di formulare una teoria generale su come si mantiene l’ordine sociale, che, nel tentativo di costruire una base teorica, i suoi seguaci moderni ricorrono invariabilmente e quasi esclusivamente ad autori che si consideravano liberali. Macaulay, Tocqueville, Lord Acton e Lecky certamente si consideravano liberali, e con ragione; e anche Edmund Burke rimase fino alla fine un old whig, e sarebbe inorridito al pensiero di essere considerato un tory. Mi si consenta, tuttavia, di tornare al punto principale, quello del compiacimento, caratteristico del conservatore, per l’azione dell’autorità costituita, e della sua prima preoccupazione, che non è quella che il potere sia tenuto entro certi limiti, ma al contrario quella che l’autorità non sia indebolita. Questo atteggiamento si concilia difficilmente con la garanzia della libertà. In genere, si può affermare che il conservatore non si oppone alla coercizione o al potere arbitrario finchè usati per scopi che considera giusti. Egli crede che, se il governo è nelle mani di uomini onesti, non debba essere troppo vincolato da rigide norme. Essenzialmente è uomo che guarda solo ai fatti e non ha princìpi. La sua più grande speranza è quindi che governino i saggi e i buoni, non semplicemente con l’esempio, come tutti possiamo sperare, ma con il potere loro accordato e da essi esercitato. Come il socialista, egli si preoccupa meno del come limitare i poteri dello Stato che di chi ne ha il controllo; e, come il socialista, egli si considera autorizzato a imporre agli altri quel che per lui ha valore. Quando dico che il conservatore è privo di princìpi, non voglio insinuare che non abbia convinzioni morali. Anzi, il conservatore tipico è, di regola, un uomo con fortissime convinzioni morali. Intendo solo dire che egli non ha princìpi politici che gli consentano di lavorare con chi ha valori morali diversi dai suoi, a favore di un ordine politico in cui entrambi possano obbedire alle loro convinzioni. Il riconoscimento di tali principi è la condizione di quella coesistenza tra sistemi di valori diversi che rende possibile l’edificazione di una società pacifica con il minimo di forza coercitiva. L’accettazione di tali principi significa che accettiamo di tollerare molto di ciò che non ci piace. Ci sono molti valori del conservatore che preferisco a quelli dei socialisti; eppure, per un liberale, l’importanza che egli personalmente annette a specifiche finalità non è una giustificazione sufficiente per obbligare gli altri a seguirle. ………… Per queste ragioni, gli ideali morali o religiosi non possono costituire per il liberale oggetto di coercizione, mentre conservatori e socialisti non riconoscono tali limiti. A volte penso che il più evidente attributo del liberalismo, che lo distingue tanto dal conservatorismo quanto dal socialismo, è l’idea che le convinzioni morali connesse a questioni di comportamento non direttamente interferenti con la sfera privata altrui non giustificano la coercizione. Ciò può anche spiegare perché al socialista ravveduto sembri tanto più facile trovare un nuovo asilo spirituale nella corporazione dei conservatori piuttosto che in quella dei liberali. In ultima analisi, la posizione conservatrice poggia sulla convinzione che in ogni società ci sono persone riconosciute superiori, le cui eredità di valori standard e posizione devono essere garantite e devono avere più influenza di altri sulle cose pubbliche. Il liberale, beninteso, non nega che esistano uomini superiori – non è un egualitario – ma nega che qualcuno abbia il potere di decidere chi siano questi uomini superiori. Mentre il conservatore tende a difendere una speciale gerarchia costituita e desidera che l’autorità protegga lo status di chi egli apprezza, il liberale pensa che nessun rispetto per i valori stabiliti può giustificare il ricorso al privilegio o al monopolio o a qualche altro potere coercitivo dello Stato al fine di proteggere tali persone contro le forze dell’evoluzione economica. Sebbene sia pienamente consapevole dell’importanza del ruolo avuto dalle elites culturali e intellettuali nell’evoluzione della civiltà, egli crede anche che quelle elites devono affermarsi riuscendo a mantenere la loro posizione con le stesse norme che si applicano agli altri. Strettamente connesso con questo è l’abituale atteggiamento del conservatore verso la democrazia. Ho spiegato che non considero la legge della maggioranza un fine, ma semplicemente un mezzo o, forse, anche il minore dei mali nelle forme di governo fra cui dobbiamo scegliere. Ma credo che i conservatori si ingannino quando attribuiscono alla democrazia i mali dei nostri tempi. Il peggiore dei mali è il governo illimitato, e nessuno possiede le qualifiche per disporre di un potere illimitato. I poteri della democrazia moderna sarebbero ancora più intollerabili nelle mani di una piccola elite.

6 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

58 - DEMOCRAZIA COME ULTIMO TABÙ

da "Oltre la democrazia", di Frank Karsten e Karel Beckman, 2012, pag. 1 - 9 "Per quanti difetti possa soffrire oggi la democrazia, essi potranno curarsi soltanto rafforzando la democrazia stessa". Qu

53 - LA VERA TEORIA DELLA LOTTA DI CLASSE

Di Sheldon Richman, da Freedomonline.org Karl Marx è famoso per aver attirato l’attenzione sul concetto di “lotta di classe”. Eppure, straordinariamente, nel 1852, come racconta lo storico David Hart,

52 - TUTTI I MALI DELLA DEMOCRAZIA

di Norman Barry (da The Freeman, Fee.org, 1 maggio 2003. Traduzione di Cristian Merlo) Un tempo si diceva: “la democrazia è la parola che, più di ogni altra, si adatta un po’ a tutto; una sorta di co

Join my mailing list

© 2023 by The Book Lover. Proudly created with Wix.com

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now