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107 - GIUSTIZIA E BENE COMUNE NEL GOVERNO DELLA LEGGE

Da “Potere - La dimensione politica dell’azione umana”, di Lorenzo Infantino, 2013, pag.152-155


Se viene meno la fonte privilegiata della conoscenza, non esiste una scienza del Bene e del Male.

Weber ha giustamente scritto: “I greci sacrificavano ora ad Afrodite e ora ad Apollo, e ciascuno di essi agli Dei della propria città. Sopra gli Dei e la loro lotta domina il destino, non certamente la scienza “.

Quanto dire che la ragione non può fondare un sistema etico.

E nessuna concezione del mondo, filosofica o religiosa, può essere imposta obbligatoriamente.

Il potere pubblico e la religione (e ogni finalismo storico) devono separarsi.

Dal che non deriva la morte del sacro.

Ma questo non è più una “cogenza “.

Muore perciò solo la “teleocrazia“.

Ciascuno è libero di attribuire alla propria esistenza qualunque significato.

Vige la scelta religiosa, che fa parte del privato e che alimenta la vita di gruppi confessionali infrasociali, i quali sono privi di qualunque facoltà prescrittiva e devono essi stessi soggiacere al governo della legge.

I detentori dei ruoli autoritativi non possono più rifarsi ad alcuna legittimazione posta “al di là delle prove e delle confutazioni“.

Il potere pubblico subisce così un compiuto processo di secolarizzazione.

Lo Stato deve essere laico, aconfessionale.

Ogni tratto della vita si affranca dalla prescrizione, religiosa o anche filosofica, e si articola tramite la libertà di scelta.

Tutto ciò impone di soffermarsi su due importanti questioni.

1) il concetto di giustizia

Abbiamo più volte sostenuto che scopo del diritto è delimitare i confini tra le azioni.

E qui la domanda è d’obbligo: se gli attori co-adattano volontariamente i loro piani, per quale ragione c’è bisogno del diritto?

L’alternativa è: “governo della legge“ o “governo degli uomini“.

Se viene meno l’ordine prescrittivo, quel che consente di co-adattare le azioni dei soggetti è esattamente il diritto.

La condizione giuridica è perciò indispensabile.

Opera in una forma del tutto indiretta: perché indica alle parti in causa quel che esse non possono fare.

E, poiché agli attori non è consentito ricorrere alla forza e alla frode, ciò si traduce nella tutela della sfera dell’autonomia individuale.

La delimitazione dei confini tra le azioni avviene pertanto in termini “negativi“, individuando quel che alle controparti non è consentito fare.

Come dire che la caduta del “punto di vista privilegiato sul mondo“ e la congiunta secolarizzazione non permettono di definire in termini positivi quel che è “giusto“.

Ed è solo possibile stabilire che cosa è “ingiusto“.

Ecco perché il potere pubblico, il cui ambito di intervento è già limitato dal fatto che il problema economico viene risolto tramite la libera cooperazione sociale, può ricorrere alla coercizione solamente per sanzionare azioni “ingiuste“, ma non per imporre come “giusto“ un determinato agire.

È l’affermazione del principio “nullum crimen, nulla poena sine lege”.

2) il bene comune

L’uguaglianza dinanzi alla legge è una conseguenza della caduta del “punto di vista privilegiato sul mondo”.

Non è quindi un “premio” derivante dalla benevolenza di certi uomini nei confronti degli altri o che gli esseri umani reciprocamente si accordano.

Già Solone ne era consapevole: è una necessità che discende dall’ignoranza di cui ciascuno è portatore.

Per tentare di difendersi da tale condizione, bisogna che ognuno possa mobilitare le proprie risorse personali e materiali, ciascuno deve poter concorrere alla scoperta di nuove soluzioni e alla correzione degli errori.

Ne discende che il bene comune non può essere una meta nota e da perseguire collettivamente.

È costituito dall’insieme delle condizioni che consentono a ciascuno di esercitare la propria libertà di scelta e di alimentare un processo di carattere ateleologico.

E dette condizioni coincidono con l’istituzionalizzazione dell’uguaglianza dinanzi alla legge e con quella della proprietà privata: perché sono esattamente questi i fattori che lasciano sempre aperto il processo sociale e ne fanno una permanente procedura di esplorazione dell’ignoto.

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