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108 - EFFETTI DELLA POLITICA DI ESPANSIONE ARTIFICIALE DEL CREDITO DA PARTE DELLE BANCHE CENTRALI

da “Moneta, credito bancario e cicli economici”, di Jesus Huerta de Soto, 2012, Prefazione all’edizione italiana, pag. 7-10

La politica di espansione artificiale del credito consentita e orchestrata dalle banche centrali negli ultimi 15 anni non poteva concludersi diversamente.

Il ciclo espansivo che adesso si è concluso si consolida a partire da quando l’economia nordamericana è uscita dalla sua ultima recessione (rapida e repressa) nel 2001 e la Riserva Federale (FED) ha ripreso di nuovo la grande espansione artificiale del credito e degli investimenti iniziata a partire dal 1992.

Questa espansione creditizia non era sostenuta da un aumento parallelo del risparmio volontario delle economie domestiche.

Durante molti anni la massa monetaria sottoforma di biglietti e depositi è aumentata a un ritmo medio superiore al 10% annuale (il che equivale a duplicare ogni sette anni il volume totale di moneta in circolazione del mondo).

Questa grave inflazione fiduciaria è stata collocata nel mercato tramite il sistema bancario sotto forma di crediti di nuova creazione concessi a tassi di interesse molto ridotti (finanche negativi in termini reali), il che ha favorito una grande bolla speculativa sotto forma di aumento dei prezzi di beni di capitale, attivi immobiliari e titoli rappresentativi dei medesimi che sono scambiati nella borsa valori, i cui indici sono aumentati in modo spettacolare.

Stranamente, allo stesso modo di come era già avvenuto nei “felici“ anni precedenti la grande depressione del 1929, lo shock dell’aumento di moneta non ha riguardato in modo significativo i prezzi del sottoinsieme di beni e servizi di consumo (approssimatamente solo un terzo del totale dei beni).

Infatti, nell’ultimo decennio, così come negli anni Venti del secolo scorso si è sperimentato un aumento notevole della produttività, risultato della produzione massiccia di nuove tecnologie e di importanti innovazioni imprenditoriali che, in assenza di iniezione monetaria e creditizia, avrebbero prodotto una salutare e continua riduzione del prezzo unitario dei beni e servizi di consumo.

Inoltre, il pieno inserimento nel mercato globalizzato dell’economia cinese e indiana ha aumentato ancor di più la produttività reale di beni e servizi di consumo.

Che non si sia prodotta una sana deflazione dei prezzi dei beni di consumo, in una fase di così grande aumento della produttività come quella degli ultimi anni, è la prova principale del fatto che il processo economico è stato molto perturbato dallo shock monetario, fenomeno questo che analizziamo in dettaglio nel nono paragrafo del sesto capitolo.

Così come spieghiamo in questo libro, l’espansione creditizia artificiale e l’inflazione dei mezzi di pagamento (fiduciari) non rappresentano una scorciatoia che renda possibile lo sviluppo economico stabile e sostenuto, senza la necessità di incorrere nel sacrificio e in una disciplina che comporta ogni tasso elevato di risparmio volontario (che al contrario, soprattutto negli Stati Uniti, negli ultimi anni non solo non è aumentato ma addirittura in alcuni casi ha sperimentato tassi negativi).

Infatti le espansioni artificiali della moneta sono sempre, in larga misura, “pane per oggi e miseria per domani“.

Oggi, in effetti, non sussiste alcun dubbio sul carattere recessivo che, alla lunga, ha sempre lo shock monetario: il credito di nuova creazione (non risparmiato precedentemente dai cittadini) mette fin da principio a disposizione degli imprenditori un potere d’acquisto che questi spendono in progetti di investimento spropositatamente ambiziosi (negli ultimi anni specialmente nel settore delle costruzioni e delle promozioni immobiliari), cioè, come se il risparmio dei cittadini fosse aumentato, quando di fatto una tale cosa non è avvenuta.

Si produce così uno scoordinamento generalizzato nel sistema economico: la bolla finanziaria (“esuberanza irrazionale“) colpisce negativamente l’economia reale e presto o tardi il processo si inverte sotto forma di una recessione economica nella quale inizia il doloroso e necessario riassestamento che richiede sempre il riadattamento di tutta la struttura produttiva reale che è stata distorta dall’inflazione .

I detonatori concreti che annunciano il passaggio dall’euforia propria dell’ebrezza monetaria al malessere della recessione sono molteplici e possono variare da un ciclo all’altro.

Nelle circostanze attuali hanno agito come detonatori più visibili l’aumento del prezzo delle materie prime e specialmente del petrolio, la crisi delle cosiddette ipoteche subprime negli Stati Uniti e infine la crisi di importanti istituzioni bancarie quando si è scoperto nel mercato che il valore dei loro attivi (prestiti ipotecari concessi) era inferiore a quello dei loro passivi.

Nelle attuali circostanze sono molte le voci interessate che pretendono ulteriori riduzioni dei tassi di interesse e nuovi iniezioni monetarie che permettano a chi lo desideri di portare a termine senza perdite i suoi investimenti.

Tuttavia questa fuga in avanti potrebbe solo posporre nel tempo i problemi a costo di renderli in seguito molto più gravi.

Infatti, la crisi è arrivata perché i profitti delle imprese di beni di capitali (specialmente nel settore delle costruzioni e promozioni immobiliari) sono scomparsi come risultato degli errori imprenditoriali indotti dal credito a buon mercato, e perché i prezzi dei beni di consumo hanno iniziato a comportarsi relativamente meno male di quelli dei beni di capitale.

A partire da questo momento inizia un doloroso e inevitabile riassestamento che fa sì che, ai problemi di caduta della produzione e aumento della disoccupazione, si aggiunga anche un aumento dei prezzi dei beni di consumo (recessione inflazionistica o “stagflazione”).

L’analisi economica più rigorosa e l’interpretazione più fredda e ponderata degli ultimi avvenimenti economici e finanziari rafforzano la conclusione che, così come era avvenuto con i falliti tentativi di pianificare dall’alto l’estinta economia sovietica, è impossibile che le banche centrali (veri organi di pianificazione centrale finanziaria) siano capaci di individuare la politica monetaria più conveniente in ogni momento.

O, espresso in altro modo, il teorema dell’impossibilità economica del socialismo, scoperto dagli economisti austriaci Ludwig Von Mises e Friedrich von Hayek, secondo il quale è impossibile organizzare la società sulla base di mandati coercitivi emanati da un organo di pianificazione, giacché questo non può mai ottenere le informazioni di cui ha bisogno per dare un contenuto di coordinamento ai suoi comandi, è pienamente applicabile alle banche centrali in generale, e alla Riserva Federale (FED) e a suo tempo ad Alan Greenspan e oggi a Ben Bernanke in particolare: non c’è nulla di più pericoloso che cadere nella “fatale arroganza“ - secondo la felice espressione di Hayek - di credersi onnisciente o almeno così sapiente e potente da essere in grado di definire in ogni momento la politica monetaria più adatta (fine tuning).

Di modo che la cosa più probabile è che la Riserva Federale e, in minor misura, la Banca Centrale Europea, piuttosto che smorzare i movimenti più acuti del ciclo economico, siano stati i principali artefici responsabili della sua genesi e del suo aggravamento.

L’alternativa per Ben Bernanke e il suo consiglio nella Riserva Federale e per il resto delle banche centrali (capeggiate da quella europea) non è, pertanto, per nulla agevole.

Per molti anni hanno trascurato la loro responsabilità monetaria e adesso si trovano in una via senza uscita: o consentono che il processo recessivo abbia già inizio e con esso il salutare e doloroso riassestamento; oppure fuggono in avanti “dando all’ubriaco, che già avverte in tutta la sua virulenza i postumi di una sbornia, ancora più alcol“, il che aumenterà esponenzialmente le probabilità di cadere in un futuro non molto distante in una ancor più grave recessione inflazionistica.

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