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110 - IN DIFESA DELL'EURO

Di Jesus Huerta de Soto, 29 maggio 2012

1) Il sistema monetario ideale

I teorici della scuola Austriaca hanno profuso un notevole impegno nello spiegare quale dovrebbe essere il sistema monetario ideale di un’economia di mercato. A livello teorico hanno sviluppato una coerente teoria del ciclo economico che spiega come l’espansione del credito non coperto da risparmio reale, orchestrata dalle banche centrali attraverso il sistema bancario a riserva frazionaria, generi ripetutamente cicli economici. Su un piano storico hanno descritto sia l’evoluzione spontanea del denaro sia l’interventismo coercitivo dello Stato. Quest’ultimo, appoggiato da potenti gruppi di interesse, si è allontanato dalle logiche proprie del libero mercato corrompendo innanzitutto la naturale evoluzione delle istituzioni bancarie. Infine, su un piano etico, hanno identificato i requisiti normativi e i principi fondamentali associati ai diritti di proprietà sui contratti bancari, principi che emergono dalla stessa economia di mercato e che, a propria volta, sono essenziali per il suo corretto funzionamento.

Con riferimento all’attuale sistema monetario e bancario, le analisi teoriche sopradette portano alle seguenti conclusioni:

1) tale sistema è incompatibile con una economia di libera impresa, 2) esso incorpora tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo, 3) ed infine esso è fonte permanente di instabilità finanziaria e perturbazioni economiche.

Se vogliamo risalire alla radice dei problemi che ci affliggono così da poterli risolverli diventa quindi indispensabile ridisegnare profondamente il sistema finanziario e monetario mondiale. Tale sforzo deve poggiare sulle seguenti tre riforme:

a) ristabilire il 100% di riserva obbligatoria intera come principio essenziale per garantire i diritti di proprietà privata in relazione ad ogni deposito a vista di denaro e suoi equivalenti;

b) abolire tutte le banche centrali (che dopo l’implementazione del primo punto diventano inutili come prestatori di ultima istanza mentre come agenzie di pianificazione centrale sono invece fonte costante di instabilità), eliminare le leggi sul corso forzoso e revocare il groviglio di normative statali che ne derivano;

c) infine riadottare un gold standard classico, ovvero l’unico standard monetario mondiale caratterizzato da un’offerta monetaria che, non essendo manipolabile dalle autorità pubbliche, è ben capace di limitare e disciplinare le attese inflazionistiche dei diversi agenti economici.

Le prescrizioni sopra citate, agendo direttamente sulle radici dei nostri problemi, ne permetterebbero una risoluzione permanente, favorendo uno sviluppo economico e sociale davvero sostenibile e mai visto nella storia. Queste misure sarebbero inoltre in grado di farci comprendere quali ulteriori riforme possano costituire un passo successivo nella giusta direzione, consentendoci di esprimere un miglior giudizio sulle diverse alternative offerte dalle politiche economiche ed implementate in un mondo reale. Il lettore dovrebbe guardare all’analisi Austriaca in relativa difesa dell’Euro, come quella che miriamo a sviluppare nel presente documento, solo da questo punto di vista strettamente possibilista.

2. La tradizione Austriaca a difesa dei tassi di cambio fissi contrapposta al nazionalismo monetario e ai tassi di cambio flessibili

Tradizionalmente, i membri della scuola Austriaca di economia hanno percepito come grave errore di teoria economica e di prassi politica la posizione di molti economisti, soprattutto quelli della scuola di Chicago. In assenza di un sistema monetario ideale, essi si sono schierati a difesa dei cambi flessibili, governati dai nazionalismi monetari, come se fossero in qualche modo più consoni ad un’economia di libero mercato.

Al contrario, gli Austriaci ritengono che, fino a quando le banche centrali non verranno abolite e non verrà ristabilito un gold standard classico con una riserva bancaria obbligatoria del 100%, si debba indirizzare ogni sforzo nel tentativo di avvicinare l’attuale sistema monetario a quello ideale, sia in termini di funzionamento operativo sia in termini di risultati prodotti.

Ciò significa:

- limitare quanto più possibile il nazionalismo monetario, - togliere ai paesi la possibilità di una gestione autonoma della politica monetaria, - contenere le politiche inflazionistiche di espansione del credito, creando un quadro monetario che riesca a disciplinare, quanto più possibile, agenti economici, soggetti politici e sociali, sindacati e altri gruppi di pressione, politici e banche centrali.

E’ solo in questo contesto che dovremmo interpretare la posizione di eminenti economisti Austriaci (e illustri membri della Mont Pelerin Society) come Mises e Hayek. Ad esempio, l’analisi che Hayek cominciò a sviluppare nel 1937, nel suo eccezionale libro Monetary Nationalism and International Stability, risulta essere di notevole portata nel demolire le posizioni a favore del nazionalismo monetario e dei cambi flessibili.

In questo libro, Hayek dimostra come i tassi di cambio variabili ostacolino, a livello internazionale, una efficiente allocazione delle risorse, in quanto essi distorcono i flussi reali di consumo e investimento. Tassi di cambio flessibili rendono inoltre impossibile un reale adeguamento dei costi verso il basso. Causano invece un aumento nominale di tutti gli altri prezzi, favorendo lo sviluppo di un ambiente caotico caratterizzato da svalutazioni competitive, espansione del credito ed aumento dei prezzi. Queste circostanze incoraggiano e sostengono ogni tipo di comportamento irresponsabile da parte dei sindacati, le cui richieste salariali e lavorative possono essere soddisfatte solo causando forte disoccupazione o spingendo ulteriormente i prezzi verso l’alto.

Trentotto anni dopo, nel 1975, Hayek riassunse la propria argomentazione nei seguenti termini:

Credo sia innegabile come la richiesta di tassi di cambio flessibili trovi piena origine in paesi come la Gran Bretagna. Alcuni economisti inglesi si sono schierati a favore di una maggiore espansione inflazionistica (definendola “politica di piena occupazione”). Purtroppo essi sono riusciti ad ottenere il consenso anche da altri economisti i quali, benché non mossi da desideri inflazionistici, sembrano aver trascurato l’argomento più forte a favore dei tassi di cambio fissi: essere un freno praticamente insostituibile e necessario per costringere i politici, nonché le autorità monetarie alle loro dipendenze, a mantenere stabile il potere d’acquisto della moneta [corsivo aggiunto].

Per chiarire ulteriormente la propria tesi, Hayek aggiunge:

L’obiettivo di mantenere stabile il potere d’acquisto, evitando l’aumento dei prezzi, richiede spesso che i politici adottino misure altamente impopolari. Essi possono riuscire a giustificarle dinanzi ai soggetti su cui ricascano solo spiegandone la reale necessità. Solo accettando come necessità incontestabile la conservazione del valore esterno della valuta nazionale, così come l’esigenza di tassi di cambio fissi, i politici possono opporsi alle continue richieste mirate ad ottenere credito a basso costo e nuove spese per “lavori pubblici,” evitando così un aumento dei tassi di interesse. Grazie ai tassi di cambio fissi, una diminuzione del valore della valuta, o un deflusso di oro o di riserve valutarie, agisce come un chiaro segnale di sollecitazione per un rapido intervento del governo. Con i tassi di cambio flessibili, l’effetto di un aumento della quantità di denaro sul livello dei prezzi interno è troppo lento per essere in generale visibile o attribuibile a chi, in ultima analisi, ne è responsabile. Oltretutto, l’inflazione dei prezzi è di solito preceduta da un aumento nell’occupazione; è quindi generalmente ben accolta, in quanto i suoi effetti negativi emegeranno e saranno visibili solo più tardi.

Hayek conclude:

Non credo si possa ritornare ad una stabilità monetaria internazionale senza riadottare un sistema di cambi fissi che imponga alle banche centrali nazionali determinati vincoli di azione. Questi ultimi sono essenziali per resistere con successo alle pressione degli inflazionisti locali — tra i quali possiamo includere gli stessi ministri della finanze (Hayek 1979 [1975], 9-10)

Per quanto riguarda Ludwig von Mises, è ben noto come egli prese distanza dal suo valido discepolo Fritz Machlup quando, nel 1961 all’interno della Mont Pelerin Society, questi cominciò a difendere i tassi di cambio flessibili. Infatti, secondo R.M. Hartwell, storico ufficiale della Mont Pelerin Society:

Il supporto di Machlup ai tassi di cambio fluttuanti portò von Mises a non parlargli per circa tre anni (Hartwell 1995, 119).

Mises comprendeva bene le ragioni che spingevano i macroeconomisti senza alcuna istruzione accademica sulla teoria del capitale, come Friedman, i suoi colleghi di Chicago, e i Keynesiani in generale, a difendere i tassi variabili e l’inflazionismo che invariabilmente ne derivava, ma non era disposto a trascurare un simile errore da parte di qualcuno che come Machlup era stato suo discepolo e ben conoscendo la teoria economica, si lasciava tuttavia trascinare dal pragmatismo e dalle mode politiche. Mises disse chiaramente a sua moglie le ragioni per cui non era in grado di perdonare Machlup:

Era nel mio seminario a Vienna; capisce tutto. Ne sa molto di più di loro e sa esattamente che cosa sta facendo (Margit von Mises 1984, 146).

La difesa dei tassi di cambio fissi da parte di Mises corre in parallelo con la sua difesa del gold standard come sistema monetario ideale a livello internazionale. Ad esempio, nel 1944, nel suo libro Omnipotent Government, Mises scrisse:

Il gold standard imponeva un vincolo ai piani del governo che puntavano ad ottenere soldi facili. Era impossibile indulgere nell’espansione del credito e mantenere allo stesso tempo la parità aurea sancita dalla legge. I governi dovevano scegliere tra il gold standard e la loro — nel lungo periodo disastrosa — politica di espansione creditizia. Non fu il gold standard a crollare, furono i governi a distruggerlo. Così come il libero mercato, esso era incompatibile con lo statalismo. I vari governi abbandonarono il gold standard perché desideravano far aumentare i prezzi ed i salari interni al di sopra del livello di mercato, cercando al contempo di stimolare le esportazioni ed ostacolare le importazioni. Ai loro occhi la stabilità dei tassi di cambio era un male, non una benedizione. Tale è l’essenza degli insegnamenti monetari di Lord Keynes. La scuola Keynesiana sostiene appassionatamente l’instabilità dei tassi di cambio.

Inoltre, non deve sorprendere il disprezzo Misesiano riservato ai teorici della Scuola di Chicago quando su questo argomento, o in altri, essi cadevano nelle trappole del più rozzo Keynesismo. Mises sosteneva inoltre che sarebbe stato relativamente semplice ristabilire un gold standard e tornare a un regime di tassi di cambio fissi:

L’unica condizione da soddisfare è semplicemente quella di abbandonare le politiche del denaro a basso costo e le intenzioni di combattere le importazioni con la svalutazione.

Secondo Mises solo i tassi di cambio fissi sono compatibili con una vera democrazia mentre l’inflazionismo che si nasconde dietro a tassi di cambio flessibili è essenzialmente antidemocratico:

L’inflazione è fondamentalmente antidemocratica. Il controllo democratico passa attraverso il controllo del bilancio. Il governo ha una sola fonte di reddito — le tasse. Nessuna altra forma di tassazione dovrebbe essere legale senza che prima abbia ottenuto il consenso parlamentare. Nel momento in cui il governo riesce ad accedere ad altre fonti di reddito esso riesce a liberarsi dal controllo democratico (Mises 1969, 251-253).

I governi sono obbligati a dire la verità ai propri cittadini solo in un regime di tassi di cambio fissi. La tentazione di fare leva sull’inflazione e sui tassi flessibili, al fine di evitare il costo politico associato ad un aumento impopolare delle tasse, è molto forte e praticamente distruttiva. Quindi, pur in assenza di un gold standard, i tassi fissi limitano e disciplinano le decisioni arbitrariarie dei politici:

Anche in assenza di un vero gold standard, i tassi di cambio fissi forniscono una certa garanzia contro l’inflazione che invece non è implicita nei tassi flessibili. In un regime di cambi fissi, quando un paese inflaziona va incontro a un deficit nella bilancia dei pagamenti. Qualora la banca centrale esaurisse la propria riserva di valute straniere, essa dovrà necessariamente svalutare, un processo relativamente difficile, irto di pericoli per i leader politici coinvolti. In un regime di cambi flessibili, invece, l’inflazione non comporta alcuna crisi nella bilancia dei pagamenti, né alcuna necessità di dover ricorrere ad una svalutazione politicamente imbarazzante. In loro sostituzione abbiamo invece un deprezzamento relativamente indolore della valuta domestica (o inflazionata) verso le valute straniere (Block 1999, 19, corsivo aggiunto).

3. L´Euro come “approssimazione” del Gold Standard (o del perché i campioni della libera impresa e del libero mercato dovrebbero supportare l’Euro dato che l´unica alternativa é il ritorno al nazionalismo monetario)

Come abbiamo visto, gli economisti Austriaci difendono il gold standard perché pone un freno ed un limite alle decisioni arbitrarie dei politici e delle autorità. Esso disciplina il comportamento di tutti gli agenti che partecipano al processo democratico. Promuove comportamenti corretti. In breve, funge da controllo sulle bugie e sulla demagogia; nelle relazioni sociali favorisce e promuove la trasparenza e la verità. Niente di più e niente di meno. Probabilmente fu Ludwig von Mises ad esprimere al meglio questi concetti:

Il gold standard garantisce che il potere di acquisto del denaro sia indipendente dalle mutevoli ambizioni e dalle dottrine dei partiti politici e dei gruppi di pressione. Questo non é un difetto del gold standard, bensì il suo principale pregio (Mises 1966, 474).

L´introduzione dell’Euro nel 1999 culminata con l’introduzione fisica delle banconote nel 2002 significò la scomparsa del nazionalismo monetario e dei cambi flessibili in gran parte del continente europeo. Più tardi considereremo gli errori commessi dalla Banca Centale Europea. Ciò che ci interessa adesso è rilevare come i differenti Stati membri dell’Unione monetaria rinunciarono completamente alla propria autonomia monetaria, alla possibilità cioè di manipolare la valuta nazionale mettendola al servizio delle necessità politiche del momento.

In questo senso, rispetto almeno ai paesi dell’Eurozona, la valuta unica iniziò ad comportarsi e continua ad agire come faceva il gold standard ai suoi tempi. Sempre in questo senso dobbiamo vedere l´Euro come un chiaro, autentico, sebbene imperfetto, passo verso il gold standard. La Grande Recessione iniziata nel 2008, inoltre, ha reso ben chiara a ciascuno di noi la natura profondamente disciplinante della valuta unica: per la prima volta i paesi dell’Unione monetaria hanno dovuto affrontare una profonda recessione senza poter ricorrere all’autonomia di una politica monetaria interna.

Prima dell’adozione dell’Euro, al mordere di una crisi, i governi e le banche centrali agivano invariabilmente tutti alla stessa maniera: iniettavano liquidità, lasciavano la valuta libera di deprezzarsi sui cambi internazionali, e così facendo procrastinavano indefinitamente le necessarie e dolorose riforme strutturali: liberalizzazione dell´economia, deregolamentazione, incremento della flessibilità dei prezzi e dei mercati (specialmente il mercato del lavoro), riduzione della spesa pubblica, graduale smantellamento del potere dei sindacati e dello Stato sociale. Grazie all’Euro, e nonostante tutti gli errori, le debolezze e le concessioni di cui discuteremo più avanti, non è più stato possibile perseverare in questo comportamento irresponsabile di fuga continua dalla realtà.

Per esempio, in Spagna, in solo un anno, due successivi governi sono stati letteralmente forzati ad adottare una serie di misure che, sebbene ancora insufficienti, sarebbero altrimenti state considerate politicamente impossibili ed utopiche, perfino agli occhi degli osservatori più ottimisti :

- l’articolo 135 della Costituzione é stato emendato per includere il principio anti-Keynesiano del pareggio di bilancio sia per il governo centrale, sia per le comunità autonome ed i comuni; - tutti i progetti che implicano un aumento della spesa pubblica, dei sussidi, e mirati ad acquisire voti, cioè quei progetti attraverso i quali i politici ottengono popolarità e consensi, sono stati sospesi; - gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici sono stati tagliati del 5% mentre l’orario di lavoro è stato esteso; - le pensioni e la sicurezza sociale sono state, di fatto, congelate; - l’età pensionabile é stata alzata da 65 a 67 anni; - la spesa totale pubblica é stata diminuita di oltre il 15% ed infine - nel mercato del lavoro, nell’orario di lavoro, e in generale,nel groviglio della regolamentazione economica é stata avviata una significativa azione di liberalizzazione.

Oltretutto, quello che sta accadendo in Spagna sta avvenendo anche in Irlanda, Portogallo, Italia, e perfino in paesi che, come la Grecia, sino ad ora hanno incarnato il paradigma del lassismo sociale, dell’assenza di rigore di bilancio e della demagogia politica. Ancora più importante é il fatto che i politici di questi cinque paesi, non più nelle condizioni di manipolare il mezzo monetario mantenendo i cittadini nel buio per quanto riguarda i costi reali delle loro politiche, sono stati rimossi dai loro rispettivi posti. Stati che, come il Belgio e specialmente la Francia e l’Olanda, fino ad ora erano apparsi sempre immuni dalla necessità di riformarsi, sono adesso forzati a riconsiderare l’elevata spesa pubblica e la struttura del loro pesantissimo Stato sociale.

Questo sviluppo é stato possibile solo grazie alla struttura monetaria introdotta con l’Euro. Esso dovrebbe pertanto essere visto con eccitazione e rinnovata gioia da tutti i sostenitori dell’economia di libero mercato e di uno Stato minimo. Sarebbe estremamente arduo concepire tali misure in un contesto di valute nazionali e di cambi flessibili: i politici evitano sempre come possono le riforme impopolari mentre i cittadini rigettano tutto ciò che comporta sacrificio e disciplina. In assenza dell’Euro, le autorità avrebbero intrapreso ancora una volta la solita strada, segnata da maggiore inflazione e svalutazione della divisa locale, nell’illusione di restituire la “piena occupazione” e riguadagnare competitività nel breve termine (parandosi così le spalle e nascondendo la grave responsabilità dei sindacati, vera e unica causa della disoccupazione). In breve, avrebbero continuato a rimandare indefinitamente le necessarie riforme strutturali.

Concentriamoci ora su due aspetti significativi che rendono l’Euro davvero unico. Li metteremo a confronto con il sistema delle valute nazionali in regime di cambi fissi e con lo stesso gold standard, iniziando da quest’ultimo.

Dobbiamo innanzitutto notare come una eventuale uscita dall’Euro sia oggi, rispetto all’abbandono del gold standard che si verifica in passato, un evento molto più complesso da gestire. Le valute legate all’oro mantenevano pur sempre la loro denominazione (franco, sterlina, etc. etc.) ed era pertanto relativamente facile disancorarle dal metallo. Così come indicato dal teorema di regressione di Mises formulato nel 1912 (Mises 2009 [1912], 111-123), gli agenti economici continuavano senza interruzione ad usare le medesime valute nazionali, sebbene non più convertibili in oro, facendo riferimento al potere di acquisto che esse avevano giusto prima della riforma. Oggi, per quei paesi che desiderano, oppure si vedono obbligati, ad abbandonare l’Euro, questa possibilità non esiste. Essendo la valuta comune accettata da tutti i paesi dell’Unione monetaria, il suo abbandono richiedebbe l´introduzione di una nuova divisa con un potere di acquisto sconosciuto e di gran lunga inferiore. Ciò provocherebbe enormi problemi per tutti gli attori del mercato: debitori, creditori, investitori, imprenditori e lavoratori. Almeno sotto questo aspetto e dal punto di vista della teoria Austriaca, dobbiamo ammettere come l’Euro sia addirittura superiore al gold standard. Se negli anni Trenta non si fosse potuto abbandonare il gold standard la cosa sarebbe stata di enorme beneficio per l’umanità: ogni altra alternativa sarebbe stata praticamente impossibile da adottare, così come sta accadendo oggi con l’Euro, ed essa avrebbe provocato danni e sofferenze molto maggiori.

Quindi, per certi versi, è affascinante (nonché patetico) osservare le legioni di ingegneri sociali e di politici interventisti, in passato guidati da Jacques Delors, che, avendo progettato la moneta unica come ulteriore strumento da utilizzare per costruire la grandiosa unione politica dell’Europa, si ritrovano ora con disperazione a gestire qualcosa che non avrebbero mai immaginato: l’Euro di fatto si è trasformato in un gold standard in grado di disciplinare i cittadini, i politici e le autorità; esso lega le mani ai demagoghi, esponendo i gruppi di pressione (guidati dagli infaticabili e privilegiati sindacati) e mettendo persino in questione la sostenibilità e le stesse fondamenta dello Stato sociale. Secondo la scuola Austriaca, è proprio questo punto, e non altri prosaici argomenti come “la riduzione dei costi di transazione” o “l’eliminazione dei rischi di cambio” all’epoca sbandierati dall’immancabile miopia degli ingegneri sociali, a costituire il principale vantaggio comparativo dell’Euro, in generale come standard monetario ed in particolare contro il nazionalismo monetario.

Passiamo ora a considerare la differenza tra l’Euro ed un sistema a cambi fissi con rispetto ai processi di aggiustamento che di solito si verificano quando, in paesi diversi, hanno luogo gradi di espansione creditizia differente. Ovviamente, in un sistema a cambi fissi, tali differenze si manifestano in sostanziali tensioni sui cambi. Esse eventualmente terminano con esplicite svalutazioni e l’emersione di elevati costi, in termini di perdita di prestigio, che fortunatamente ricadono sulle rispettive autorità politiche. Nel caso di una moneta unica come l’Euro, queste tensioni si manifestano in generale in una perdita di competitività che può essere recuperata solo attraverso l’introduzione di necessarie riforme strutturali, atte a garantire la flessibilità del mercato, a cui si accompagnano la deregolamentazione dei settori economici e i dovuti aggiustamenti nella struttura dei prezzi relativi.

Tutto questo ha un impatto sui ricavi del settore pubblico e quindi sul rating del debito pubblico. Nelle attuali circostanze, il valore di ciascun debito sovrano dell’Eurozona ha subito quelle tensioni tipiche che una volta si scaricavano sui tassi di cambio ai tempi in cui questi erano bene o male fissati tra di loro; il ruolo centrale sui mercati non è più rivestito dallo speculatore valutario ma dalle agenzie di rating e, specialmente, dagli investitori internazionali che, comprando o meno un debito sovrano, in maniera salutare spingono i relativi governi verso le dovute riforme disciplinandoli e determinandone il destino. Se questo processo da alcuni può essere definito come “anti-democratico”, nei fatti è esattamente l’opposto.

Nel passato la democrazia soffriva in maniera cronica e veniva continuamente corrotta da politiche irresponsabili fondate sulla manipolazione monetaria e sull’inflazione, niente altro che una tassa occulta devastante imposta fuori dal parlamento a tutti i cittadini in modo graduale, nascosto e contorto. Oggi, grazie all’Euro, il ricorso alla confisca inflazionistica è stato impedito, almeno a livello di singolo paese, ed i politici improvvisamente sono stati obbligati ad ammettere la verità accettando una corrispondente perdita di consensi. Da qui la conseguente caduta dei governi in paesi come Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia, Spagna e Francia che, lungi dal costituire una perdita di democrazia, ha invece reso manifesto un elevato livello di rigore, trasparenza di bilancio e salute democratica che proprio l’Euro, a livello sociale, sta stimolando.

4. L’eterogenea coalizione “anti-Euro”

Sarebbe interessante e molto indicativo commentare, anche solo brevemente, la varia e disparata amalgama costituita dai nemici dell’Euro. Tale gruppo comprende tra le proprie fila elementi molto diversi tra loro: dogmatici di estrema destra o sinistra, nostalgici o inflessibili keynesiani come Krugman e Stiglitz, monetaristi schierati rigidamente a favore di cambi flessibili come Barro e altri, ingenui sostenitori della teoria mundelliana delle aree valutarie ottime, sciovinisti terrorizzati dal dollaro (e dalla sterlina); in breve, tutta quella variegata legione di disfattisti confusi che “di fronte all’imminente scomparsa dell’Euro” propone la “soluzione” di farlo saltare in aria abolendolo il più presto possibile.

Forse l’esempio più chiaro (o meglio, la prova più convincente) del fatto che Mises avesse completamente ragione nell’analisi sugli effetti che i tassi di cambio fissi (e specialmente il gold standard) hanno sulla demagogia politica e sindacale, sta proprio nel modo in cui i leader dei partiti politici di sinistra, i sindacalisti, gli opinionisti “progressisti”, gli “indignati” contro il sistema, i politici di estrema destra ed in generale tutti i sostenitori della spesa pubblica, dei sussidi statali e dell’interventismo si ribellano apertamente e direttamente alla disciplina imposta dall’Euro lamentando, nello specifico, la perdita di autonomia nella politica monetaria di ogni paese e ciò che ne consegue: una vituperata dipendenza dai mercati, dagli speculatori e dagli investitori internazionali quando si tratta di riuscire (o meno) a collocare i titoli del crescente debito pubblico che sono richiesti per finanziare i continui deficit.

Per averne conferma basta gettare uno sguardo agli editoriali dei giornali più di sinistra o una lettura delle dichiarazioni dei politici più demagoghi o dei leader sindacalisti; oggi, proprio come nel 1930 ai tempi del gold standard, i nemici del libero mercato e i difensori del socialismo, dello stato sociale e della demagogia sindacale stanno protestando all’unisono, sia in pubblico sia in privato, contro la “rigida disciplina che l’Euro e i mercati finanziari ci stanno imponendo”; al contempo essi chiedono la monetizzazione immediata del debito pubblico, senza per contro avanzare alcuna contromisura come potrebbe essere l’austerità del bilancio o l’attuazione di riforme mirate ad aumentare la competitività.

In ambito più accademico, ma con ampia copertura da parte dei media, i keynesiani contemporanei stanno organizzando una grande offensiva contro l’Euro con una belligeranza solo paragonabile a quella mostrata da Keynes negli anni ’30 nei confronti del gold standard. Specialmente paradigmatico è il caso di Krugman che, in veste di editorialista, ripete quasi ogni settimana la medesima storia dell’Euro come “camicia di forza” che impedisce il rilancio dell’occupazione. Egli arriva persino a criticare il ben prodigo governo americano per non avere adottato politiche sufficientemente espansive e per non essersi impegnato abbastanza nei suoi (già enormi) stimoli fiscali. Più intelligente e colta, ma non meno sbagliata, è l’opinione di Skidelsky, il quale almeno ammette come la teoria del ciclo economico austriaca offra un’unica valida alternativa alle teorie del suo amato Keynes. In tal senso riconosce una similarità tra la situazione attuale e quella degli anni Trenta che vide come diretti antagonisti Hayek e Keynes.

Con riguardo ai tassi di cambio flessibili, alquanto strana è la posizione assunta generalmente dai teorici neoclassici, ed in particolare dai monetaristi e dai membri della scuola di Chicago. Sembra che l’interesse spassionato di questi gruppi a favore dei tassi di cambio flessibili e del nazionalismo monetario predomini sul loro (si presume sincero) desiderio di incoraggiare le dovute riforme orientate alla liberalizzazione economica. Il loro obiettivo primario è rivolto infatti alle politiche monetarie autonome tramite le quali sarebbe possibile svalutare (o deprezzare) la divisa locale per “recuperare competitività” e riassorbire la disoccupazione il più velocemente possibile; la loro attenzione sulla flessibilità e sulle riforme a favore di un libero mercato passa solo in secondo piano. Questi soggetti soffrono di incredibile ingenuità, come abbiamo già avuto di vedere precedentemente parlando delle ragioni del dissenso tra Mises e Friedman con riguardo al dibattito tassi fissi contro tassi variabili.

I politici non sono assolutamente capaci di compiere i passi richiesti nella giusta direzione a meno che non siano letteralmente obbligati a farlo. Mises questo lo ha sempre capito. Comprese anche bene come i tassi flessibili e il nazionalismo monetario rimuovano ogni incentivo in grado di disciplinare i politici, permettendo loro di farla franca con i salari minimi (che i monetaristi e i keynesiani accettano di tutto cuore) e i privilegi di cui godono i sindacati e tutti gli altri gruppi di pressione. Mises si rese conto inoltre come di conseguenza, nel lungo periodo e loro malgrado, i monetaristi finiscano per diventare compagni di viaggio delle vecchie dottrine keynesiane: una volta che la “competitività” sia stata “recuperata” le riforme vengono rinviate e, ancora peggio, i sindacalisti si abituano agli effetti distruttivi delle loro politiche salariali continuamente tenuti nascosti dalle svalutazioni successive.

Questa contraddizione latente, tra la difesa del libero mercato da un parte e il sostegno al nazionalismo monetario e la manipolazione attraverso cambi “flessibili” dall’altra, è evidente in molti fautori della teoria di Robert A. Mundell sulle “aree valutarie ottimali”. Tanto per cominciare, tali aree sarebbero caratterizzate da un’alta mobilità di tutti i fattori produttivi; in caso contrario sarebbe meglio dividerle in compartimenti stagni dotati di valute proprie così da permettere, in caso di “shock esterno” il ricorso ad una politica monetaria autonoma. Dovremmo pertanto chiederci: questo ragionamento ha veramente senso? Niente affatto: la maggior fonte di rigidità nel mercato del lavoro e nei fattori di produzione giace, ed è alimentata, dall’interventismo e dalla regolamentazione statale, è quindi assurdo pensare che gli Stati e i loro governi commettano harakiri, rinunciando al potere e tradendo la loro clientela politica con l’obiettivo di adottare solo successivamente una moneta comune. Di fatto si verifica l’esatto contrario: solo quando i politici hanno accettato una moneta comune (l’Euro nel nostro caso) essi si ritrovano obbligati ad attuare riforme che altrimenti sarebbero state inconcepibili.

Nelle parole di Walter Block:

“Lo Stato, con le sue regole è la principale o unica fonte di immobilità dei fattori produttivi. In altri tempi i costi di trasporto sarebbero stati la spiegazione o la causa principale, tuttavia grazie ai progressi tecnologici, essi sono oggi di gran lunga meno importanti. Stando così le cose, in un regime di laissez-faire non ci sarebbe praticamente nessuna immobilità. Data la verità approssimativa di questi presupposti, la regione mundelliana diventerebbe quindi l’intero globo – proprio come lo sarebbe in un regime di gold standard “.

Questa conclusione di Block è ugualmente applicabile per l’Eurozona nella misura in cui l’Euro, che abbiamo già indicato come una approssimazione del gold standard, riesca a disciplinare e delimitare il potere arbitrario dei politici degli Stati membri.

Non dobbiamo dimenticarci di sottolineare come keynesiani, monetaristi e mundelliani commettano tutti gli stessi errori in quanto ragionano esclusivamente in termini di aggregati macroeconomici, e quindi propongono, benché con lievi differenze, il medesimo tipo di aggiustamenti ottenibili attraverso la manipolazione monetaria e fiscale, gli interventi di precisione, e i tassi di cambio variabili. Essi sono convinti che tutti gli sforzi necessari per superare la crisi dovrebbero fare riferimento ai loro modelli macroeconomici e all’ingegneria sociale. Ignorano completamente la profonda distorsione microeconomica che la manipolazione monetaria (e fiscale) genera nella struttura dei prezzi relativi e in quella dei beni capitali.

Una svalutazione forzata (o deprezzamento) è onnicomprensiva, ovvero comporta un improvviso calo percentuale di tipo lineare nei prezzi tanto dei beni di consumo, quanto dei servizi e dei fattori produttivi, cioè una diminuzione pressoché uguale per tutti. Sebbene nel breve questa soluzione possa dare l’impressione di una rapida ripresa dell’attività economica e dell’occupazione, in realtà essa distorce completamente la struttura dei prezzi relativi (dal momento che senza la manipolazione monetaria alcuni prezzi sarebbero calati maggiormente, altri meno, altri non sarebbero scesi affatto e altri ancora sarebbero invece aumentati), porta ad una diffusa e cattiva allocazione delle risorse produttive ed infine provoca un trauma importante che ciascun sistema economico spesso riesce ad assorbire solo in diversi anni. Questa in sintesi è l’analisi microeconomica sviluppata dai teorici austriaci. Essa ruota intorno ai prezzi relativi e alla struttura produttiva ed è totalmente assente nello strumentario analitico dei teorici dell’economia che si oppongono all’Euro.

Infine, al di fuori della sfera puramente accademica, la fastidiosa insistenza con la quale economisti, investitori e analisti finanziari anglosassoni tentano di screditare l’Euro, prevedendone un tetro futuro, è in qualche modo sospetta. L’impressione è rafforzata dalla posizione ipocrita delle diverse amministrazioni americane (e anche, in misura minore, dal governo britannico) nel desiderare (tiepidamente) che l’Eurozona mantenga “la propria economia in ordine”. Tale posizione omette volutamente di ricordare che la crisi finanziaria trova origine dall’altro lato dell’Atlantico, cioè nell’incosciente politica espansionistica perseguita per anni dalla Federal Reserve, i cui effetti si sono diffusi nel resto del mondo attraverso il dollaro utilizzato ancora come valuta di riserva internazionale. Inoltre, viene esercitata un’insopportabile pressione sull’Eurozona affinché introduca politiche monetarie espansionistiche e irresponsabili (“quantitative easing”) simili a quelle adottate negli Stati Uniti; questa pressione risulta essere doppiamente ipocrita dal momento che tali politiche darebbero senza dubbio il colpo di grazia alla moneta unica europea.

Dietro questa posizione del mondo anglosassone non potrebbe forse nascondersi il timore che il dollaro perda il proprio status di valuta di riserva internazionale qualora l’euro sopravvivesse e cominciasse a fargli seria concorrenza? Molti segnali suggeriscono come tale questione stia diventando sempre più pertinente e, anche se non sembra molto politically correct, l’impressione è che essa sia come il sale sulla ferita che rende ancora più dolorosa la posizione degli analisti e delle autorità del mondo anglosassone: l’Euro sta emergendo come serio e potenziale rivale del dollaro a livello internazionale.

Come possiamo vedere, la coalizione anti-Euro riunisce diversi e potenti interessi. Ciascuno diffida dell’Euro per una ragione diversa. Tuttavia presentano tutti un comune denominatore: gli argomenti che costituiscono il nocciolo della propria opposizione all’Euro potrebbero essere gli stessi, e potrebbero essere ripetuti con maggiore enfasi, se invece della singola valuta europea avessero a che fare con un classico gold standard. Vi è infatti un elevato grado di somiglianza tra le forze che a loro tempo strinsero alleanza per abbandonare il gold standard e quelle che oggi cercano (fino ad ora senza successo) di reintrodurre in Europa il vecchio ed obsoleto nazionalismo monetario. Come abbiamo già fatto notare, tecnicamente era molto più facile abbandonare il gold standard allora di quanto sia oggi lasciare l’Unione monetaria. In questo contesto, non dovrebbe sorprendere che i membri della coalizione anti-Euro spesso cadano nel disfattismo più sfacciato: predicono disastri, affermano l’impossibilità di mantenere un’Unione monetaria e quindi come “soluzione” propongono di smantellarla. Essi arrivano anche al punto di bandire concorsi internazionali (- dove altro – in Inghilterra, la casa di Keynes e del nazionalismo monetario) ai quali partecipano centinaia di “esperti” e cialtroni monetari, ciascuno con le proprie proposte mirate ad indicare il metodo migliore ed innocuo di far saltare l’Unione monetaria europea.

5. I veri peccati capitali dell’Europa e l’errore fatale della Banca Centrale Europea

Non si può negare che l’Unione Europea soffra cronicamente di una serie di gravi problemi economici e sociali. Tuttavia, il tanto chiacchierato Euro non fa parte di questi problemi. E’ vero piuttosto il contrario: l’Euro agisce come un potente catalizzatore in grado di rivelare la gravità dei problemi europei. In tal modo esso accelera o “affretta” l’attuazione delle misure necessarie per risolverli.

Oggi l’Euro sta contribuendo a diffondere, più che mai, la consapevolezza sull’insostenibilità dell’enorme Stato sociale europeo e sulla necessità di una sua sostanziale riforma. Lo stesso può dirsi per le sovvenzioni e i vasti programmi di aiuti all’economia, tra i quali spicca la Politica Agricola Comunitaria, sia in termini dei dannosi effetti che provoca sia nella totale mancanza di razionalità economica che la caratterizza. Soprattutto possiamo affermare come la cultura dell’ingegneria sociale e la regolamentazione oppressiva, con il pretesto di armonizzare la legislazione dei diversi paesi, stia fossilizzando il mercato unico europeo impedendogli di essere un vero e proprio mercato libero. Oggi più che mai, il vero costo di tutti questi difetti strutturali dell’Eurozona sta diventando palese: senza una politica monetaria autonoma i vari governi sono stati letteralmente costretti a riconsiderare (e, quando possibile, a ridurre) tutte le voci della spesa pubblica, tentando di recuperare e guadagnare competitività internazionale con la deregolamentazione e l’incremento, quando applicabile, di flessibilità sui propri mercati (in particolare il mercato del lavoro, tradizionalmente molto rigido in molti paesi dell’Unione monetaria).

In aggiunta ai peccati capitali dell’economia europea appena menzionati, dobbiamo aggiungerne un altro che è forse ancora più grave, per via della sua peculiare e subdola natura. Ci riferiamo alla grande facilità con cui le istituzioni europee, molte volte a causa di una mancanza di lungimiranza, leadership o convinzione a riguardo dei loro stessi progetti, si lasciano intrappolare in politiche che nel lungo periodo si rivelano incompatibili con la moneta unica e un vero ed unico libero mercato.

In primo luogo è sorprendente notare la crescente regolarità con cui in Europa vengono introdotte nuove soffocanti misure di regolamentazione mutuate dal mondo accademico e politico anglosassone, in particolare gli Stati Uniti. Spesso ciò avviene anche quando tali misure si sono già dimostrate inefficaci o destabilizzanti. Questa malsana influenza fa parte di una lunga e consolidata tradizione (ricordiamo che i sussidi agricoli, la legislazione antitrust e le regolamentazioni in materia di “responsabilità sociale delle imprese” sono in realtà nate, come molti altri interventi fallimentari, negli Stati Uniti). Queste misure di regolamentazione vengono introdotte una dopo l’altra e rafforzate successivamente; ad esempio consideriamo il concetto di “giusto valore di mercato” nonché i principi contabili internazionali o i tentativi (finora, fortunatamente falliti) di attuare i cosiddetti accordi di Basilea III per il settore bancario e di Solvency II per il settore assicurativo, i quali soffrono entrambi sia di insormontabili e fondamentali carenze teoriche sia di gravi problemi in relazione alla loro pratica applicabilità.

Un secondo esempio della malsana influenza anglosassone può ritrovarsi nel piano europeo di ripresa economica che la Commissione Europea ha lanciato nel 2008 sotto gli auspici del Washington Summit e la leadership di politici keynesiani come Barack Obama e Gordon Brown e su consiglio di economisti teorici nemici dell’Euro, come Krugman e altri. Il piano raccomandava ai paesi membri un’espansione della spesa pubblica pari all’1,5 per cento del PIL (circa 200 miliardi di euro). Anche se alcuni paesi come la Spagna hanno commesso l’errore di espandere i propri bilanci, il piano, grazie a Dio e all’Euro, e per la disperazione dei keynesiani e dei loro seguaci, non è approdato a nulla: esso sarebbe solo servito ad aumentare i deficit, precludendo il conseguimento degli obiettivi del trattato di Maastricht e stabilizzando gravemente i mercati del debito sovrano nei paesi dell’Eurozona. Ancora una volta l’Euro ha fornito un quadro disciplinare e un freno al deficit, in contrasto con le sconsiderate politiche di bilancio di quei paesi vittime del nazionalismo monetario, in particolare gli Stati Uniti e soprattutto l’Inghilterra. Quest’ultima ha chiuso con un disavanzo pubblico del 10.1% del PIL nel 2010 e dell’8,8% nel 2011, superata su scala mondiale solo da Grecia ed Egitto. Nonostante il deficit e i pacchetti di stimolo fiscale, la disoccupazione rimane a livelli record (o molto alta) tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti e le rispettive economie non sono affatto ripartite.

In terzo luogo, possiamo assistere ad una crescente pressione affinché si completi l’unione politica europea, che alcuni indicano come l’unica “soluzione” in grado di consentire la sopravvivenza dell’Euro nel lungo periodo. Oltre agli “eurofanatici”, che avanzano sempre ogni scusa che possa giustificare un maggiore potere centrale di Bruxelles, vi sono due gruppi particolari che condividono il sostegno all’unione politica. Un primo gruppo è costituito, paradossalmente, dai nemici dell’Euro, in particolare quelli di origine anglosassone: da un lato ci sono gli americani che, abbagliati dal potere centrale di Washington e consapevoli che non potrebbe essere replicato in Europa cercano, attraverso le loro proposte, di iniettare nell’Euro un virus letale; dall’altro lato ci sono gli inglesi, che rendono l’Euro un (ingiustificato) capro espiatorio su cui sfogare le loro (completamente giustificate) frustrazioni in vista del crescente interventismo di Bruxelles. Il secondo gruppo è costituito da tutti quei teorici e pensatori convinti che solo la disciplina imposta da un governo centrale possa garantire gli obiettivi di deficit e debito pubblico stabiliti nel trattato di Maastricht. Si tratta di una convinzione errata. Lo stesso meccanismo dell’Unione monetaria garantisce, proprio come il gold standard, che i paesi senza rigore di bilancio, onde evitare un aumento del rischio di credito e dei tassi di interesse, siano spinti a prendere le adeguate misure per ristabilire la sostenibilità delle proprie finanze pubbliche.

Nonostante ciò, il problema più serio non giace nella minaccia di un’impossibile unione politica, ma nell’inconfutabile fatto che una politica espansionistica del credito condotta dalla BCE sia capace di controbilanciare, almeno temporaneamente, gli effetti disciplinanti esercitati dall’Euro sugli agenti economici di ciascun paese. Un errore fatale della BCE consiste nel non essere riuscita a isolare e a proteggere l’Europa dalla grande espansione creditizia orchestrata su scala mondiale dalla FED a partire dal 2001. Per diversi anni, senza rispettare il Trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea ha permesso che l’offerta di denaro M3 crescesse a tassi maggiori del 9% annuo, di gran lunga superiori all’obiettivo di crescita del 4,5%, un criterio originariamente fissato dalla BCE stessa. Sebbene questo stimolo sia stato sensibilmente meno imprudente rispetto a quello fornito dalla FED, il denaro non ha trovato distribuzione uniforme tra i paesi dell’Unione monetaria ma ha avuto un impatto sproporzionato sui paesi periferici (Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia) i cui aggregati monetari sono cresciuti ad un ritmo molto più rapido rispetto a Francia e Germania (almeno 3-4 volte tanto).

Per spiegare questo fenomeno possono essere addotte diverse ragioni: dalla pressione applicata da Francia e Germania, entrambe alla ricerca di una politica monetaria accomodante anche per loro, all’estrema mancanza di lungimiranza dei paesi periferici che, non avendo voluto ammettere di trovarsi nel bel mezzo di una bolla speculativa, vedi il caso della Spagna, non sono stati in grado di dare istruzioni categoriche ai propri rappresentanti nel Consiglio della BCE affinché facessero rispettare rigorosamente gli obiettivi di crescita monetaria stabiliti dalla Banca Centrale Europea stessa. Durante gli anni precedenti la crisi, tutti questi paesi, tranne la Grecia, hanno facilmente rispettato i limiti di deficit del 3%, e alcuni, come Spagna e Irlanda, sono persino riusciti a chiudere i conti pubblici con grandi surplus. Quindi, nonostante il cuore dell’Unione Europea non abbia vissuto l’irrazionale esuberanza che aveva caratterizzato il sistema economico americano, ciò si è verificato invece nei paesi europei periferici, e nessuno, o ben pochi soggetti, è stato in grado di diagnosticare correttamente i gravi pericoli impliciti in tale processo di espansione.

Se gli accademici e le autorità politiche dei paesi interessati e della BCE, piuttosto che usare gli strumenti analitici macroeconomici e monetaristi importati dal mondo anglosassone, avessero usato quelli forniti dalla teoria austriaca del ciclo economico –dopo tutto un prodotto del più genuino pensiero continentale – sarebbe sicuramente stato possibile identificare e gestire la prosperità artificiale di quegli anni, l’insostenibilità di molti investimenti (specialmente rispetto allo sviluppo del settore immobiliare) intrapresi grazie alla enorme disponibilità di credito ed infine le crescenti entrate pubbliche destinate ad avere breve durata. Anche se nel ciclo più recente la BCE non si è dimostrata all’altezza degli standard che i cittadini europei avevano tutto il diritto di aspettarsi, al punto che potremmo anche definire la sua politica monetaria come una “solenne tragedia”, fortunatamente la logica dell’Euro come valuta unica ha prevalso: esponendo chiaramente gli errori commessi essa ha obbligato tutti quanti a tornare sul sentiero del controllo e dell’austerità.

Nella prossima sezione ci soffermeremo brevemente sul modo specifico in cui durante la crisi la Banca Centrale Europea ha gestito la propria politica monetaria e in quali punti essa differisca da quella delle banche centrali di Stati Uniti e Regno Unito.

6. Euro contro Dollaro (e Sterlina) e Germania contro Stati Uniti (e Gran Bretagna)

Una delle più importanti caratteristiche dell’ultimo ciclo culminato nella grande crisi del 2008, si ritrova senza dubbio nel differente comportamento tra le politiche fiscali e monetarie dell’area anglosassone, basate sul nazionalismo monetario, e quelle dei paesi membri dell’unione monetaria europea. Effettivamente, dall’inizio della crisi, sia la FED che la Banca d’Inghilterra hanno adottato politiche di:

- riduzione dei tassi vicine allo zero;

- immissione di grandi quantità di moneta nell’economia (eufemisticamente chiamate “quantative easing”);

- monetizzazione continua, diretta e sfacciata del debito pubblico.

A queste politiche monetarie (con la benedizione dei monetaristi e Keynesiani) si è aggiunto un forte stimolo fiscale con lo scopo di mantenere, sia negli Usa che in UK, deficit di bilancio vicini al 10% del PIL (riduzione considerata insufficiente dalla maggior parte dei Keynesiani recalcitranti, tra cui Krugman).

A differenza di quanto avviene con il dollaro e la sterlina, nell’Eurozona, fortunatamente, non è possibile iniettare denaro con estrema facilità, né è possibile tenere indefinitamente un comportamento irresponsabile in materia di bilancio pubblico. Almeno in teoria, la BCE non gode dell’autorità necessaria per procedere con la monetizzazione del debito pubblico e, sebbene abbia accettato i bond sovrani a collaterale dei suoi enormi prestiti al settore bancario e abbia iniziato, a partire dall’estate del 2010, ad acquistare direttamente e sporadicamente obbligazioni dei paesi periferici (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna), vi è certamente una differenza economica fondamentale tra il comportamento degli Stati Uniti e quello del Regno Unito e la politica seguita dall’Europa continentale: mentre l’aggressività monetaria e l’irresponsabilità fiscale vengono deliberatamente e sfacciatamente adottate senza alcuna riserva nel mondo anglosassone, in Europa tali politiche vengono perseguite controvoglia e, in molti casi, solo dopo numerosi, ripetuti ed infiniti “summit”. Esse sono infatti il risultato di lunghi ed estenuanti negoziati, nei quali paesi con diversi interessi cercano con difficoltà di raggiungere un accordo comune.

Ciò che è ancora più importante, tuttavia, è il fatto che parallelamente all’iniezione monetaria a supporto dei debiti sovrani dei paesi in difficoltà, si cerchi di bilanciare tali azioni con delle riforme basate sull’austerità di bilancio (e non su pacchetti di stimolo fiscale) e sull’introduzione di politiche che incoraggiano le liberalizzazioni e la competitività; inoltre, sebbene giunta con lungo ritardo, la sospensione “de facto” dei pagamenti da parte della Grecia, alla quale è stato permesso di operare un “haircut” del 75% verso i privati investitori che avevano investito in obbligazioni sovrane elleniche, ha dato un chiaro segnale ai mercati: gli altri paesi in difficoltà non hanno alternativa, se non quella di implementare senza indugio le rigorose e severe riforme. Come abbiamo visto, anche Stati come la Francia, beatamente avvolti in uno sproporzionato Stato sociale, che fino ad ora erano sembrati intoccabili, hanno subito una riduzione del rating creditizio e visto salire il differenziale col bund tedesco. Come tutti gli altri si sono ritrovati obbligati ad adottare misure di austerity e riforme liberali onde evitare di mettere a rischio la propria membership di paesi appartenenti allo zoccolo duro dell’Europa.

Dal punto di vista politico, è abbastanza ovvio che la Germania (in particolare la cancelliera Angela Merkel) rivesta un ruolo principale nella battaglia di stabilizzazione fiscale e austerity (opponendosi a tutte le proposte inopportune, come gli “eurobond”, in grado di rimuovere qualunque incentivo di intervento rigoroso sui propri bilanci). Molte volte la Germania viene costretta a nuotare controcorrente. Da una lato, esiste una costante pressione politica internazionale per l’adozione di misure di stimolo fiscale, soprattutto da parte dall’amministrazione Obama, che sta usando la “crisi dell’euro” come una cortina fumogena per nascondere i propri fallimenti politici; dall’altro lato, la Germania deve confrontarsi con il rifiuto e l’incomprensione da parte di tutti coloro che vogliono rimanere nell’Euro solo per goderne i vantaggi offerti mentre, simultaneamente, si ribellano contro la disciplina fiscale che la moneta unica impone, soprattutto ai politici populisti e più irresponsabili e ai gruppi di interesse privilegiati.

In tutti i casi, e come caso esemplare che comprensibilmente farà infuriare i keynesiani e i monetaristi, dobbiamo evidenziare i risultati per niente confortanti che, sino ad ora, sono stati raggiunti dagli USA grazie agli stimoli fiscali e agli “alleggerimenti quantitativi”, a confronto con le politiche di liberalizzazione tedesche e l’austerità fiscale nella zona euro: deficit di bilancio tedesco 1% – deficit Usa oltre 8,20 %; disoccupazione tedesca 5,9% – disoccupazione Usa vicina al 9%; inflazione tedesca 2.5% – inflazione Usa 3.17%; crescita tedesca 3% – crescita Usa 1.7% (i dati del Regno Unito sono ancora peggiori di quelli americani). Lo scontro tra i due differenti paradigmi non potrebbe essere più evidente.

7. Conclusione: Hayek contro Keynes

Proprio come ai tempi del gold standard, una stragrande maggioranza di persone attribuisce oggi all’Euro colpe che in realtà sono riconducibili al principale pregio della valuta unica: la capacità di disciplinare i politici e i gruppi di pressione. Chiaramente, in nessun modo l’Euro costituisce lo standard monetario ideale, il quale, come abbiamo visto in precedenza può incarnarsi solo nel classico gold standard caratterizzato da un coefficiente di riserva del 100% sui depositi a vista e l’abolizione della banca centrale. E’ pertanto possibile che, trascorso un certo periodo di tempo e calmatisi i tumulti finanziari, la BCE possa tornare a ripetere i gravi errori del passato, promuovendo e favorendo la crescita di altre bolle legate ad una nuova espansione creditizia.

Tuttavia, lasciateci almeno ricordare come i peccati della FED e della Banca d’Inghilterra siano stati finora molto più gravi e come, almeno nell’Europa continentale, l’Euro abbia messo fine al nazionalismo monetario. In tal senso esso sta agendo timidamente, per gli stati membri, come “approssimazione” del gold standard, da un lato incoraggiando rigore fiscale e riforme mirate a migliorare la competitività, dall’altro mettendo fine agli abusi del welfare state e della demagogia politica.

Comunque sia, dobbiamo ammettere di trovarci in una congiuntura storica alquanto critica. Se l’Europa vuole davvero riuscire ad adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute, l’Euro deve sopravvivere. Su scala mondiale, la sopravvivenza e il consolidamento dell’Euro permetterà, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’emersione di una valuta capace di far concreta concorrenza al monopolio del dollaro come standard monetario internazionale, quindi capace di disciplinare l’attitudine tutta americana in grado di causare gravi crisi finanziarie, come quella del 2007, che sistematicamente finiscono con lo sconquassare l’equilibrio economico mondiale.

Poco più di 80 anni fa, in un contesto storico simile al nostro, il mondo era diviso tra il mantenimento del gold standard, con la disciplina fiscale, la flessibilità lavorativa e il libero e pacifico commercio che questo comportava e il suo abbandono, con la conseguente diffusione del nazionalismo monetario, le politiche inflazionistiche, le rigidità salariali, l’interventismo, il “fascismo economico” e il protezionismo. Hayek e gli economisti Austriaci guidati da Mises compirono uno sforzo intellettuale titanico nell’analizzare, spiegare e difendere i vantaggi del gold standard e del libero scambio, in opposizione ai teorici, guidati da Keynes e dai monetaristi, i quali scelsero di ripudiare i fondamenti fiscali e monetari del laissez faire che fino ad allora avevano alimentato la Rivoluzione Industriale e il progresso della civilizzazione.

In quella occasione, il pensiero economico prese una strada diversa da quella indicata da Mises e Hayek e tutti noi abbiamo ben compreso le conseguenze economiche, politiche e sociali che fecero seguito a quella scelta. Oggi, nel ventunesimo secolo, incredibilmente, il mondo è ancora afflitto da instabilità finanziaria, mancanza di disciplina di bilancio e demagogia politica. Per tutte queste ragioni, e principalmente perché l’economia mondiale ne ha estremo bisogno, Mises e Hayek in questa nuova occasione meritano di avere la loro rivincita e l’Euro (almeno provvisoriamente, finché non sarà rimpiazzato una volta per sempre dal gold standard) merita di sopravvivere.

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