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18 - IL COMPLESSO DI FOURIER

Aggiornamento: 26 ago 2020

IL COMPLESSO DI FOURIER Da “Liberalismo” di Ludwig von Mises, 1927, pagine 42-44 Forse neanche una persona su un milione raggiunge nella vita le mete cui ha aspirato. Il successo, persino per chi è baciato dalla fortuna, è sempre di gran lunga inferiore alla realtà che gli ambiziosi sogni quotidiani lasciavano sperare in gioventù. Progetti e desideri si infrangono su mille resistenze, e ci accorgiamo che le nostre forze sono troppo deboli per raggiungere le mete ideali che c'eravamo poste. Il naufragio delle speranze, il fallimento dei progetti, la nostra inadeguatezza di fronte ai compiti che altri ci pongono o che noi stessi ci eravamo posti, sono l'esperienza più importante e più dolorosa che ognuno di noi ha vissuto, sono il destino tipico dell'uomo. L’uomo può reagire a questo destino in due modi. L'uno è quello suggerito dalla saggia visione della vita di Goethe: “Credi forse che io debba odiare la vita, fuggire nel deserto, sol perché non tutti i sogni in germoglio sono maturati ?” esclama il suo Prometeo. E Faust capisce, nell'attimo supremo, che “la chiave ultima è nella saggezza”: “la libertà, come la vita, se la merita solo chi è costretto a conquistarsela ogni giorno”. Non c’è avverso destino terreno che possa sconfiggere questa volontà e questo spirito. Chi prende la vita come è, e non si lascia sopraffare da essa, non ha bisogno di consolarsi con l’autoinganno sistematico e cercare in esso un rifugio alla propria autocoscienza lacerata. Se il successo sperato non si realizza, se i colpi del destino vanificano improvvisamente quanto è stato ottenuto in anni di fatica, egli moltiplica i suoi sforzi. Al destino avverso egli sa guardare in faccia senza cedimenti. Il nevrotico, invece non può sopportare che la vita gli si presenti col suo vero volto. Per lui la vita è troppo rozza, prosaica, cattiva. Per rendersela sopportabile egli non vuole, come fa la persona sana, continuare a vivere resistendo a qualsiasi violenza; la sua debolezza glielo impedìrebbe. E allora egli si rifugia in un’idea ossessiva. Secondo Freud, l’idea ossessiva è “essa stessa qualcosa che si desidera, una sorta di consolazione”, caratterizzata dalla “sua resistenza agli attacchi della logica e della realtà”. Perciò non basta affatto spiegarne al malato l'insensatezza con argomenti persuasivi; per guarire, il malato deve superarla da sé, deve imparare a capire perché lui non vuole sopportare la verità e cerca scampo nelle sue ossessioni. Solo la teoria della nevrosi può spiegare il successo che ha ottenuto il fourierismo, questo prodotto demenziale di un cervello gravemente malato. Non è questa la sede per dimostrare la psicosi di Fourier attraverso una citazione puntuale di passi dei suoi scritti; queste sono cose che interessano soltanto gli psichiatri o magari chi si diverte a leggere i parti di una sfrenata fantasia. Ma è importante osservare che il marxismo, tutte le volte che è costretto a lasciare il terreno della artificiosa fraseologia dialettica e della derisione e diffamazione dell'avversario, e a fare finalmente qualche ragionamento oggettivo, non sa presentare altri che Fourier, l’utopista. Anche il marxismo non riesce a costruire il modello di società socialista se non ricorrendo a due assunti già adottati da Fourier, e che contraddicono qualsiasi esperienza e qualsiasi logica. Da una parte, l’assunto in base al quale “il sostrato materiale” della produzione, che “esiste per natura e quindi senza intervento dell'uomo” è disponibile in misura così abbondante che non occorre economizzarlo, donde consegue la fede in un “accrescimento praticamente illimitato della produzione”. Dall’altra, l'assunto in base al quale nella comunità socialista il lavoro si trasformerà, non sarà più “una pena bensì un piacere”, anzi diventerà “il primo bisogno vitale”. Dove tutti i beni esistono in abbondanza e il lavoro è un piacere, va da sé che non è difficile costruire il paese della cuccagna.

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