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27 - SOCIETA' DI CETO E CAPITALISMO

Aggiornato il: 26 ago 2020

SOCIETÀ DI CETO E CAPITALISMO da "La mentalità anticapitalistica", di Ludwig von Mises, 1956, pag. 26-28 È abbastanza usuale paragonare gli imprenditori ed i capitalisti dell'economia di mercato agli aristocratici di una società di ceto. Alla base del paragone, vi sono le ricchezze comuni ad entrambi i gruppi, contro le condizioni relativamente precarie degli altri uomini. Ricorrendo a questa metafora, non si riesce però a capire la fondamentale differenza tra le ricchezze aristocratiche e le ricchezze borghesi o capitalistiche. La ricchezza di un aristocratico non è un fenomeno di mercato; non ha origine dalla produzione per il consumo, non può essere messa in competizione e neppure contenuta da un'iniziativa del pubblico. Essa proviene da conquiste o dalla prodigalità di un conquistatore. Può venire meno per effetto della revoca da parte del donatore o a causa dell'azione violenta da parte di un altro conquistatore, o può essere dissipata con lo sperpero. Il Signore feudale non serve i consumatori, e si sottrae così al loro giudizio. Gli imprenditori ed i capitalisti devono la loro ricchezza alla gente che patrocina la loro attività. La perdono inevitabilmente, non appena vengono soppiantati da altri uomini che servono i consumatori meglio e più a buon mercato. ********** In una società basata su ceto, rango o casta, l'individuo occupa per tutta la vita la medesima posizione. Egli nasce in una certa condizione sociale, e la sua collocazione nella società è rigidamente determinata dalle leggi e dai costumi che assegnano ad ogni membro del suo ceto precisi privilegi e doveri o precise inibizioni. In casi eccezionali, la buona o la cattiva sorte può elevare un individuo ad un rango superiore o abbassarlo ad un rango Inferiore. Ma come regola le condizioni dei singoli membri di un determinato ordine o rango possono migliorare o peggiorare solo attraverso un cambiamento nelle condizioni di tutti i membri. ******** La critica di fondo, rivolta contro il principio dell'eguaglianza legale dagli elogiatori dei bei giorni passati, è che essa ha abolito i privilegi di ceto e l'onore. Ha - essi dicono - atomizzato la società, dissolvendo le sue suddivisioni "organiche" in masse amorfe. La moltitudine "troppo grande" adesso domina, ed il suo feroce materialismo ha rimpiazzato i modelli nobili delle età passate. Il denaro è sovrano. Gente poco meritevole gode di ricchezze e abbondanza, mentre gente meritevole e valida va a mani vuote. Questa critica insinua tacitamente che sotto l'ancien regime gli aristocratici si distinguessero per le loro virtù e che dovessero il loro rango e le loro entrate alla loro superiorità morale e culturale. Non occorre sfatare questa favola. Senza esprimere alcun giudizio di valore, lo storico non può fare a meno di sottolineare che l'alta aristocrazia dei principali paesi europei discendeva da soldati, cortigiani e cortigiane, individui che, durante le lotte religiose e costituzionali del XVI e XVII secolo, avevano astutamente parteggiato per il partito che era rimasto vincitore nei loro rispettivi paesi. I nemici del capitalismo, conservatori e progressisti, dissentono riguardo alla valutazione dei vecchi standard. Essi concordano però pienamente nel condannare i modelli della società capitalistica. Dicono che ad acquisire ricchezza e prestigio non sono gli uomini meritevoli, ma individui frivoli e di nessun valore. Tutti e due i gruppi affermano di puntare all'introduzione di metodi più equi di "distribuzione", con cui soppiantare quelli chiaramente non equi, prevalenti sotto il capitalismo del laissez-faire. Nessuno ha mai sostenuto che in un sistema liberistico hanno più successo coloro che dovrebbero averlo anche dal punto di vista degli eterni standard estimativi. La democrazia capitalistica di mercato non premia gli uomini secondo i loro "veri" meriti, il loro vero valore personale e la loro levatura morale. Quel che rende un uomo più o meno prospero non è la valutazione del suo contributo secondo un qualsiasi principio assoluto di giustizia; è invece il giudizio espresso dai propri simili, i quali applicano esclusivamente il metro dei loro individuali bisogni, desideri e fini. E precisamente questo il significato del sistema democratico di mercato. I consumatori dominano, sono cioè sovrani. Essi vogliono essere soddisfatti.

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